Jerry Berndt: Detroit, 1973. © The Jerry Berndt Estate 2020
Per capire il travagliato presente bisognerebbe conoscere il passato; così per avere una lettura ferrata dell’attualità negli Stati Uniti bisognerebbe confrontarsi con la loro storia.
Due mostre di fotografia documentarista al Haus der Photographie di Amburgo (fino al 3 gennaio) ci aiutano nel rintracciare la morfologia di una nazione con le sue connessioni sociopolitiche: tra migrazioni, conflitti razziali, proteste, ambiente, aree rurali, povertà, comunità emarginate, costumi e abitudini di una società in mutamento; “American Geography” di Matt Black (1970, Santa Maria, California) e “Beautiful America” di Jerry Berndt (1943, Milwaukee, Wisconsin – 2013, Parigi)sono speculari l’una all’altra.
Il progetto “American Geography” per la prima volta viene esposto; Black ha immortalato, tra il 2015 ed il 2016, quarantasei stati; tra i quali la California, l’Oregon, la Louisiana, il Tennessee e New York City, formando delineate aree geografiche che possono essere collegate in una mappa. La serie si concentra sui luoghi più svantaggiati e sui loro abitanti negli Stati Uniti, con fotografie che vanno dai deserti nel sud-ovest, alla cintura nera nel sud-est e alle ex città industriali post-industriali nel Midwest e nel nord-est.
Matt Black ha scardinato il luogo comune del “sogno Americano” rivelando che il vero collante delle comunità a stelle e strisce sia: la povertà. Il mito Americano diventa qualcos’altro, diventa la dura realtà dell’emarginazione.
Il fulcro della mostra si compone di settantotto fotografie che dialogano con oggetti di viaggio. Realizzate in bianco e nero in grande formato quadrato nelle quali emerge la rassegnazione politica e la mancanza di opportunità nelle quali fa da sfondo un intenso paesaggio. I panorami mozzafiato magistralmente immortalati in bianco e nero, rivelano la tensione dei soggetti donando un’aurea sublime alla disperazione.
Altro passaggio temporale con “Beautiful America” di Jerry Berndt che ha documentato il periodo tra gli anni ’60 e ’80, riuscendo a dare uno dei maggiori ritratti dell’epoca e un indispensabile compendio per acquisire documentazione di quei decenni. Combinando il fotogiornalismo con il documentario e la fotografia di strada, Berndt è riuscito a presentare una visione unica della società americana in un arco di trent’anni. La sua capacità analitica nel conoscere gli aspetti sociali salienti è frutto dall’essere stato parte del movimento di protesta; garante nel fornire una visione nitida dei fatti nei quali le questioni centrali della recente storia americana sono immortalate: il movimento per i diritti civili, i diritti degli afroamericani, il patriottismo, i senzatetto; le veementi proteste contro la guerra del Vietnam, il razzismo e il nucleare.
Nelle foto il paesaggio urbano perde la scontata narrazione e diventa una fluente epifania che traspare in una profonda malinconia. I conflitti irrisolti come quelli razziali, che stiamo vivendo in modo aspro in questa difficile fase, nella sua analisi si ripetono oggi come ieri, in un susseguirsi di disordini e di soprusi mai conclusi. La vita quotidiana immortalata, dai concorsi di bellezza alle vedute dei parcheggi, spezza i momenti di turbolenza rivelandoci il tessuto della società, ma anche mostrandoci le mutevoli infrastrutture urbane.
Ne emerge un ritratto senza filtri di una scomoda fase di transizione della storia americana nella quale si specchia il presente.
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