Jacopo Mazzonelli, A ROOM, Galleria Studio G7, Bologna. Foto Francesco Rucci. Courtesy l’ artista e Galleria Studio G7, Bologna
Ottant’anni fa, John Cage componeva The Room, per piano preparato. Si trattava di due minuti di una composizione fluida e avvolgente, ambientata in un suo classico stile minimalista. A Room, personale di Jacopo Mazzonelli (Trento, 1983) fino al 6 gennaio alla Galleria Studio G7 parte da lì, o meglio, parte dalla musica. La pratica di Mazzonelli è intimamente connessa al fare musicale, concentrandosi sui suoi aspetti più essenziali come ritmo e tempo. Il musicista-scultore dà forma a questi aspetti utilizzando oggetti che afferiscono al campo ritmico-musicale come il diapason o i tasti di un pianoforte.
Nella sala principale di A Room un diapason a misura d’uomo in pietra acrilica è appoggiato al muro, mentre dei rulli originali per pianola meccanica (finiti, da qui il titolo Finis) diventano i pioli di una scala musicale che qualcuno potrà cantare o suonare se ne saprà decifrare gli intervalli.
Di fronte a questa scala ascendente di note-rulli, il tempo si fa continuo e senza variazioni su Le degré zéro, in cui una bobina da macchina da scrivere di colore nero/rosso è tesa tra lastre riflettenti che prolungano all’infinito questa linea di tempo.Gli oggetti che Jacopo Mazzonelli usa per realizzare le sue sculture sono inusuali, come un album di età vittoriana privo di fotografie in cui l’artista intaglia e ruota di qualche grado una sezione circolare al centro di due pagine, ricordando un giradischi segnato dal tempo (Noiseless).
Tra i suoi obiettivi si cela quello di provare a ‘scomporre il tempo’, con l’auspicio irrealizzabile di poterlo controllare. Ciò lo ha portato a decostruire oggetti che solitamente scandiscono un ritmo, se utilizzati integri, ma che da scomposti generano un’atmosfera di sospensione e inquietudine, come Emily Dickinson (due quadranti di orologi senza ingranaggi inseriti tra barre di ottone e alluminio) o Antipiano (sette tasti bianchi di un pianoforte).
Con A Room Jacopo Mazzonelli popola la sala di oggetti che John Cage avrebbe potuto inserire nelle sue composizioni multimediali, lanciando una sfida musicale che ha come regola unica quella di non avvalersi di suoni. La musica diventa così la protagonista silenziosa della mostra, emancipandosi temporaneamente dal suo tradizionale dominio sonoro, approdando nel campo visivo e, perché no, invitando ciascuno a comporre autonomamente le proprie sequenze ritmico-musicali a partire dalle suggestioni scultoree di Jacopo Mazzonelli.
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