The Rise and Fall of Erik Schmidt imagen de la esposicion. Créditos Pau Bellido (Hoyoyó Visual Lab) para el EACC
Curata da Yara Sonseca, la mostra The Rise & Fall of Erik Schmidt insiste su un punto preciso in cui l’identità è un dispositivo performativo che Schmidt sfrutta con una certa ostinazione, posizionandosi costantemente al centro della propria produzione, come attore, modello, controfigura e bersaglio. La sua modalità di approccio, confondibile con una leggera forma di narcisismo, è in realtà molto vicina a una strategia di sabotaggio. In questo senso, la mostra si struttura come una ricerca continua, quasi una trama aperta in cui l’artista insegue un “motivo” senza mai stabilizzarlo davvero, mettendo in atto una tensione irrisolta, dove ogni tentativo di definizione viene immediatamente rimesso in discussione.
Il progetto si articola nello spazio in nuclei tematici porosi dove pittura, video, fotografia e performance convivono senza gerarchie. L’effetto è volutamente disorientante in quanto i lavori non costruiscono una progressione lineare ma insistono su ripetizione e slittamento. I ritratti, ad esempio, si moltiplicano fino a dissolvere il soggetto in una sequenza di variazioni quasi rituali, svuotando l’idea stessa di individualità. È qui che Schmidt diventa interessante, dismettendo l’ossessione di raccontarsi e favore di una pratica volontaria di inceppamento. Nei video — da Parking a Rough Trade — il corpo si espone al fallimento con una determinazione quasi comica. L’artista corre, cade, insiste e più che un eroe contemporaneo, sembra un impiegato dell’assurdo, una figura ostinata e goffa che, in alcuni momenti, sfiora una dimensione quasi fantozziana. È proprio in questa ripetizione fallimentare che il gesto acquista peso e il fallimento diventa metodo. In lavori come Bottom Line questa dinamica si esplicita con maggiore evidenza. Il corpo dell’artista si misura con lo spazio urbano in una sequenza di tentativi mal riusciti che trasformano l’azione in un esercizio reiterato e privo di risoluzione. La costruzione di alter ego, doppi e figure intermedie non produce una vera moltiplicazione identitaria, ma una progressiva perdita di consistenza del soggetto. Schmidt è sempre presente, ma sempre meno definito. Più si espone, meno coincide con sé stesso e la biografia, invece di consolidarsi, si sfilaccia.
La sezione dedicata al lavoro e alla mascolinità è forse la più esplicita. Il completo da uomo diventa uniforme e travestimento insieme, simbolo di potere, ma anche cliché svuotato, oggetto di desiderio e caricatura. Schmidt gioca con questi codici fino a renderli instabili, oscillando tra critica del capitalismo e complicità ironica con le sue estetiche. Quando la scena si sposta altrove — Tokyo, Israele, Italia, Sri Lanka, il copione non cambia. Cambia lo sfondo ma non il meccanismo, l’artista continua a cercare una forma di autenticità che, puntualmente gli sfugge. E meno male! Perché è proprio in questo scarto che il lavoro evita di diventare autoindulgente. I paesaggi, urbani o naturali, non offrono soluzioni né rivelazioni ma funzionano come superfici di proiezione, luoghi in cui il soggetto tenta di ridefinirsi senza riuscirci del tutto. In questo senso, anche i paesaggi, dalle serie Palm Bombs fino ai lavori realizzati tra Italia e Israele, non funzionano come aperture, ma come estensioni del conflitto non offrendo vie di fuga.
Nei lavori più recenti, in particolare nel video Rough Trade del 2025, questa tensione si intensifica. La narrazione si frammenta e si rarefà, lasciando spazio a una sequenza di situazioni sospese, intime e ambigue. L’immagine, spesso registrata con lo smartphone, aderisce a una logica visiva vicina a quella dei flussi digitali contemporanei, veloce, intermittente e instabile. In questo dispositivo, anche lo spettatore viene implicitamente coinvolto come parte di un meccanismo di identificazione instabile, chiamato a riconoscersi in un soggetto che, però, non coincide mai davvero con sé stesso. Il punto, alla fine, non è capire chi sia Erik Schmidt ma osservare quanto velocemente quell’identità si costruisce e si sgretola davanti ai nostri occhi. La mostra funziona quando accetta questa instabilità e smette di cercare una sintesi. Il resto — autobiografia, mito personale, ricerca di senso — è solo la perfetta scenografia che abbiamo intorno.
E Schmidt, con una certa lucidità, lo sa benissimo.
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