Categorie: Mostre

Figurazione e astrazione: le “Corrispondenze” di Farsettiarte a Cortina

di - 4 Gennaio 2026

Corrispondenze non è solo un titolo, corrispondenze sono quelle in cui ci si trova immersi a Cortina, negli spazi di Farsettiarte, di fronte alla vicinanza di opere di artisti che, seppur molto distanti tra loro cronologicamente e formalmente,hanno condiviso una medesima tensione verso la ricerca, la percezione e il gesto, offrendo nuove chiavi di lettura della storia dell’arte.

Così, per esempio, la potenza narrativa e corporea della figurazione ben espressa da Edicola di Renato Guttuso (1965) e l’essenzialità vibrante di Superficie bianca di Enrico Castellani (1998), condividono un’intensità quasi tattile del rapporto con la materia. La coppia Rhythme de danse à l’Opera di Gino Severini (1950) è invece accostata a Rosa-rosae-rosa di Piero Dorazio (1967), mettendo in evidenza la relazione tra la geometria ritmica del Futurismo severiniano e la trama luminosa e musicale delle campiture doraziane. Qui la forma diventa ritmo e la luce si fa struttura, creando una continuità ideale tra le prime ricerche sul dinamismo e le successive esplorazioni cromatiche dell’astrazione.

Gino Severini, Rythme de danse à l’Opera, 1950, olio su tela, cm 161,5×131 © GINO SEVERINI, by SIAE
Piero Dorazio, Rosa – rosae – rosa, 1967, olio su tela, cm 110×110 © DORAZIO, by SIAE

Lungo il percorso nasce anche una corrispondenza tra Giorgio de Chirico e Tancredi, concentrata su due visioni diverse della stessa città: Venezia. Il Ponte di Rialto di de Chirico (metà anni Cinquanta), sospeso tra memoria e metafisica, restituisce una Venezia immobile, simbolica, quasi architettura mentale. In contrasto, Luci di Venezia di Tancredi (1959) vibra di bagliori e riflessi: una città liquida, luminosa, percepita attraverso il gesto rapido e la frammentazione coloristica. È un dialogo tra immobilità e pulsazione, tra sogno e energia.

La vicinanza tra Filippo de Pisis e Mario Ceroli pone in relazione la delicatezza pittorica del primo in Natura morta con maschera (1926), fatta di intime percezioni e atmosfere leggere, con la forza volumetrica e iconica dei canali di metallo con terre colorate di Senza titolo di Ceroli (2010). Il loro accostamento, tra fragilità e presenza, tra gesto pittorico e costruzione scultorea, apre a una riflessione su materia e memoria.

L’intero percorso apre spazi di grande percezione, territori dove l’occhio può riconoscere legami nuovi e dove la storia dell’arte si lascia attraversare da inattese risonanze.

Getulio Alviani, Superficie a testura vibratile, 1972, alluminio, cm 47×76 © GETULIO ALVIANI, by SIAE

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