Uri Aran, Untitled, 2006 video monocanale, 3’ 24’’ Courtesy l’artista e Sadie Coles HQ, London
Il lavoro e il gioco, impastare il pane in forme standardizzate e adatte alla distribuzione, prestare la propria voce a giocattoli di animali. Il metodo della burocrazia, che identifica la specificità di una cosa, e la ritualità ludica, che ci lascia immedesimare in un altro che, all’apparenza o su certi livelli, è totalmente estraneo. È un percorso vasto e intricato, come tra i corridoi e sotto le volte di una biblioteca borgesiana, quello attraversato da Uri Aran. Lo raccontano le oltre 170 opere presentate nella mostra personale Untitled (I love you), che si estende su circa 800 metri quadrati del Museo Madre di Napoli. Curata dalla direttrice Eva Fabbris, l’esposizione è scandita da interventi sonori, installazioni ambientali, disegni, pitture, collage, assemblaggi, video, sculture, dai primi anni Duemila a oggi, comprendendo anche una serie di lavori di nuova concezione realizzati appositamente per questa occasione. Un arco ampio, come sintetizzato nel titolo che indugia sulle concatenazioni degli opposti: l’untitled, il senza titolo, l’impersonale assoluto, la conquista del concettuale che, riprendendo alla lettera l’arte antica, slega il senso da ogni riferimento esterno all’opera stessa. E poi una dichiarazione d’amore esplicita, che unisce indissolubilmente – almeno nelle intenzioni – due soggetti: «La collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla», scriveva Barthes.
La prima retrospettiva in un museo italiano dell’artista nato a Gerusalemme nel 1977 e attivo da anni a New York, si configura come una ricognizione estesa e non lineare. Il percorso si dispiega come un sistema in continua trasformazione, pur seguendo un’intima coerenza che il visitatore è chiamato a rintracciare autonomamente, attraversando una trama fitta di rimandi.
Docente nel programma di Belle Arti presso la School of Visual Arts di New York e Visiting Critic alla Columbia University, Aran ha incentrato la sua ricerca sul linguaggio, inteso come campo instabile di produzione di senso. Parole, immagini, oggetti e gesti sono trattati come unità equivalenti e, in molti casi, interscambiabili, all’interno di un vocabolario ibrido, elementi che acquistano valori diversi attraverso l’uso, la reiterazione, il contesto e il dialogo. Questo slittamento in molti casi può creare anche attrito, tra ciò che appare familiare e ciò che sfugge alla comprensione, tra riconoscimento e perdita di orientamento.
Molte opere si costruiscono a partire da oggetti quotidiani – scrivanie e strumenti d’ufficio, materiali ritrovati e di varia provenienza – riorganizzati secondo quella che l’artista definisce una struttura di «Formalismo burocratico». Gesti come ordinare, misurare, classificare – o sfornare biscotti, altro elemento ricorrente nelle opere di Aran per la sua cifra polisemantica – fanno parte di un rituale di cui l’intervento artistico scopre le vulnerabilità. In questo senso è ricorrente l’uso della fototessera, formato ufficiale dell’identità amministrativa. Nei lavori di Aran, queste immagini, inserite in disegni e pitture dal forte impatto gestuale, appaiono svuotate di ogni riferimento biografico, presenze anonime che sollecitano domande senza risposta sulle modalità più o meno sotterranee attraverso cui il potere agisce.
Il video Untitled (I Love You), da cui la mostra prende il titolo, introduce la dimensione affettiva del linguaggio – declinazione che viene approfondita in molte opere -, una sequenza prossima al low-fi, intimista, in cui l’artista manipola piccoli giocattoli di animali riservando a ognuno una dichiarazione di affetto. Questa riflessione sui codici dell’emotività si estende a una più ampia indagine sulle sfumature dei sentimenti come costruzioni culturali. Interagendo o lasciando interagire altre persone con animali, immagini legate all’infanzia, oggetti domestici, Aran attiva meccanismi emotivi condivisi, rivelandone al tempo stesso la natura stereotipata, senza peraltro giudicarla, come in lavori come Untitled (2006), in cui l’artista abbraccia con trasporto il proprio cane, o nell’installazione Untitled (Game), dove biscotti per animali e sfere metalliche sono a disposizione del pubblico in un gioco dalle regole arbitrarie.
Invita all’interazione anche il profumo di Untitled (Bread Library), una libreria composta da lettere di pane disposte sugli scaffali. Qui il linguaggio svela la sua materia fragile, deperibile ma anche, per certi versi, il suo orizzonte sacrale, mitico. Di questo ordine alfabetico rimane la potenzialità di un sapere – e di un sapore, innestato nella nostra biologia – misterioso, non completamente restituibile da ciò che organizziamo in un discorso.
E allora, suoni, odori, presenze, voci e parole, tracce di altri passaggi, impronte animali e oggetti che cambiano di posto, partecipano a un’esperienza che, nella sua apparente immediatezza, non si lascia mai del tutto definire.
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