Comizio, 1948 olio su tela, 50x70 cm Courtesy Galleria Lombardi
Per celebrare del trentennale della scomparsa di Giulio Turcato, la Galleria Lombardi di Roma presenta, fino al 29 marzo 2025, la mostra Libertà e felicità, un omaggio a uno dei più grandi maestri dell’astrazione italiana, artista inafferrabile e visionario, capace di coniugare rigore e libertà, ironia e impegno, gioco e sperimentazione.
Curata da Lorenzo ed Enrico Lombardi, l’esposizione raccoglie 25 opere che ripercorrono i momenti più significativi della carriera dell’artista mantovano, attraversando i suoi celebri cicli pittorici. Dai rari Comizi del 1948, sintesi tra figurazione e astrazione con un forte contenuto civile, ai Reticoli, trame sottili che si espandono su campi monocromi, fino agli Itinerari, filamenti di luce e colore in movimento. Non mancano le celebri Superfici lunari, realizzate con l’uso della gommapiuma per evocare la morfologia del satellite terrestre, i Paesaggi archeologici, stratificazioni materiche che dialogano con la memoria della Roma antica, e gli Arcipelaghi, dove masse di colore danzano in una tensione dinamica. A completare il percorso, una selezione di collage realizzati con carta moneta, testimonianza della sua inesauribile ricerca sul linguaggio visivo.
Nel catalogo della mostra di Giulio Turcato alla Galleria Lombardi, Guglielmo Gigliotti firma un saggio critico che restituisce il ritratto di un artista fuori dagli schemi: «Un uomo indubbiamente originale. Un uomo libero. Non sopportava le etichette, non disdegnava la demistificazione, non sopportava chi si dava troppa importanza. L’autoironia fu una sua virtù umana, l’ironia ne fu una artistica. La sua pittura vibra segretamente di ironia, che è quel distacco con cui si affrontano le vicissitudini della vita. Libero di giocare si è sentito Turcato per tutta la vita, anche se era il gioco serio dell’arte e della vita».
Nato a Mantova nel 1912, Giulio Turcato, dopo gli studi a Venezia, si trasferì a Milano e poi a Roma, dove entrò in contatto con le Avanguardie del dopoguerra. Nel 1947 fu tra i fondatori del Gruppo Forma, sostenitore di un’arte astratta ma capace di rispondere alle sfide della modernità. L’anno successivo aderiva al Fronte Nuovo delle Arti, schierandosi con quegli artisti che volevano coniugare astrazione e impegno sociale.
La sua ricerca si sviluppò all’insegna di una sperimentazione continua, sia dal punto di vista materico che linguistico. A partire dagli anni ’50, con opere come le Superfici lunari, introdusse materiali inediti come la gommapiuma, sperimentando nuove possibilità tattili della pittura. Tra gli anni ’60 e ’70 approfondì la sua ricerca cromatica e spaziale, muovendosi tra minimalismo e gestualità, fino a realizzare cicli pittorici di grande leggerezza e libertà formale.
La sua carriera è stata costellata di riconoscimenti internazionali, con partecipazioni alle Biennali di Venezia e a importanti rassegne internazionali, mentre le sue opere fanno parte delle collezioni di prestigiose istituzioni museali.
Turcato si è spento a Roma il 22 gennaio 1995, lasciando un’eredità di visioni audaci e di un’inesauribile fiducia nella pittura come spazio aperto del pensiero. 30 anni dopo, la mostra della Galleria Lombardi celebra questa testimonianza ancora pulsante, restituendoci la creatività e la ferrea volontà di un maestro che ha sempre cercato, nella pittura come nella vita, libertà e felicità.
«La sua presenza fu così brillante, la sua pittura così fresca, il suo ingegno così fertile, e il suo carattere così felice, che di questi trent’anni sembra quasi non potersi sentire la portata. La sua pittura è la sua eredità viva. Basta guardare bene i quadri in mostra: palpitano e sorridono, tra limpidi chiarori e ombre misteriose, tra campiture vibranti e arabeschi casuali di linee saettanti, tra “superfici lunari” profonde come l’inconscio e geometrie quasi infantili», scrive ancora Gigliotti.
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