Francesco Jodice, Giocattoli, veduta della mostra, Galleria Umberto Di Marino, 2024, Napoli, ph. Danilo Donzelli
«Take a look at the toys around you, Right before your eyes, The toys are real», Ăš la prima di una lunga serie di frasi che si legge su una delle opere di Francesco Jodice, in mostra con la personale Giocattoli alla Galleria Umberto Di Marino di Napoli. La frase, tratta da Computer God, prima traccia dellâalbum Dehumanizer del gruppo rock metal Black Sabbath, Ăš anche graficamente protagonista sulla cover dellâalbum in cui si vede un computer che sovrasta una morte robotica con tanto di accetta e mantello rosso, mentre si impossessa di un umano, anchâegli quasi del tutto robotizzato. Nonostante lâalbum sia uscito nel 1992, nelle opere di Francesco Iodice questa citazione diventa manifesto non solo della mostra ma di un tempo quanto mai attuale, in cui si percepisce la doppia vita degli oggetti o il loro ambiguo significato.
Jodice mette in scena un gioco psicologico popolato da immagini, in parte inedite o provenienti da precedenti lavori, introducendo una lettura tra le righe che sembra colmare un ipotetico quanto simbolico spazio temporale mancante, arrivando fino ai giorni nostri. Della serie Capri. The Diefenbach Chronicles #008 (2013), Jodice affianca la fotografia dellâopera in restauro del pittore neoromantico Karl Wilhelm Diefenbach, che trascorse gli ultimi anni della sua vita a Capri, con Come and see #014 (2021) che riproduce due pagine dellâalbum di figurine preistoriche posseduto dallâartista da piccolo. «Cerco di pormi dove si era posto Diefenbach, anche lui usava un cavalletto e lavorava di notte, voglio capire dove si trovava Diefenbach cento anni fa per capire dove sono io adesso», spiega Jodice. In entrambe le opere câĂš una tensione intrinseca dietro alle immagini apparentemente lontane di una Capri bockliniana, coperta, in alcune zone, da garze per il restauro, e delle figure dei dinosauri, il cui ritmo semiotico fa riferimento al dibattito tra creazionismo ed evoluzionismo che portĂČ, nel 2004, alla sospensione dellâinsegnamento nelle scuole delle teorie sullâevoluzione e che, nellâopera come in quella su Capri, si manifesta con i vuoti dei pezzi mancanti, tipici degli album di figurine.
In questo caso, il celare esplicito Ăš presente anche nel progetto The Room, realizzato per la prima volta nel 2009 per conto della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e rappresentato a Napoli da sette esemplari in cui appaiono, isolate dal fondo annerito delle pagine di giornale, parole e frasi come âNoâ, in omaggio a Santiago Sierra, o come âBoomâ, âNon Ăš stato il maggiordomoâ, âĂ difficileâ, per Alfredo Jaar, âGuardaâ e âUn giorno da leoniâ. Una sorta di ambigua vacuitĂ ai limiti del paradosso, concettuale quanto immaginabile che, per Jodice, rappresenta «Una camera oscura. Un caleidoscopio di informazioni apparentemente asistematiche e un mosaico di notizie che emergono dal buio e che ci avvolge completamente raccontando lâumore del paese in uno dei suoi periodi piĂč tetri». Isolate dal contesto, queste frasi perdono la loro identitĂ quotidiana e assumono una forma sarcastica non estranea alla satira, una sorta di gioco enigmistico che invita a riflettere sul reale valore delle parole, troppo spesso manipolato e minacciato.
Unâaltra immagine della serie su Capri, questa volta un giardino come poteva averlo visto Diefenbach, Ăš affiancata a Mi hanno rubato la macchina, modestamente, opera in cui si leggono frasi â tra cui quella citata da Computer God â scritte come un linguaggio di programmazione in stile Commodore 64. Frasi come âSono afflitto dalla visione di universi nascostiâ di Oppenheimer o del fisico Carlo Rovelli, di Mastroianni, Erri de Luca, John Carpenter, Kundera, Nietzsche e altri. Lâidea potrebbe ironicamente fare riferimento a quei messaggi â database che si inviavano nello spazio per cercare un contatto con nuove forme di vita, oppure a una qualche evoluzione digitale delle capsule del tempo che, tra oggetti e memorie, contengono anche una nota di amara tristezza.
Nel dittico The surfers, invece, si assiste a una scena surreale in cui vari surfisti occupano con le loro tavole un mare piatto come se fossero in attesa o alla ricerca di unâonda impossibile. La sensazione Ăš che tutti stiano puntando verso unâunica direzione, il centro, ma quelli sullo sfondo, i primi di cui restano delle silhouette sbiadite, sembrano destinati a perdersi o a essere irrimediabilmente rigettati indietro dai confini dellâorizzonte dellâinfinito mare â cielo. Lâopera fa parte di uno degli ultimi progetti di Jodice, West, presentato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli lo scorso novembre, in cui lâautore rilegge la storia dellâultimo grande impero occidentale attraversando i deserti dellâOvest americano. In questo caso, i surfisti assumono i tratti fenomenici dei nuovi pionieri, ma delle coste della California.
Con questa mostra, Francesco Jodice pone le sue opere come oggetti autonomi, staccandosi dalla visione corale della ricerca fotografica che gli ha permesso di realizzare grandi archi narrativi, come West and City Tellers e What We Want, durati rispettivamente otto e quindici anni. Questa nuova prospettiva va a creare dei punti di incontro e confronto che, come delle ipotetiche direttrici, finiscono inevitabilmente per intersecarsi, sollecitando lâevidenza di unâambiguitĂ concettuale tipica dei nostri tempi.
Lâinvito Ăš quello partecipativo e critico, tipico della poetica civile di Jodice, a guardarsi attorno, ad alzare la soglia di attenzione su quegli stessi oggetti reali che ci circondano per riconoscerne la pericolositĂ latente. In questo mondo minacciato da giocattoli creati dallâuomo a propria immagine e somiglianza, dove sembra riecheggiare con asintomatica frequenza il messaggio graffiato dei Black Sabbath â «Program the brain, not the heartbeat» -, torna in mente la frase di Philip K. Dick presente nellâopera Mi hanno rubato la macchina, modestamente: «Se questo mondo non vi piace, dovreste visitarne un altro».
La mostra di Francesco Jodice alla Galleria Umberto Di Marino, a Napoli, sarĂ visitabile fino al 26 luglio 2024.
Negli spazi dellâEx Chiesa di Santo Stefano, a MondovĂŹ, una mostra riunisce le opere dei maestri del Surrealismo, dai primi…
Al Museo Lercaro di Bologna, il duo Antonello Ghezzi racconta la nascita di unâopera impossibile: dal fallimento di un progetto…
Il pittore newyorkese si unisce alla mega-galleria di Zwirner, presto lo vedremo in fiera a Frieze Los Angeles e in…
Al SAC - Spazio Arte Contemporanea di Livorno, il primo capitolo di una serie espositiva pensata come laboratorio aperto sulla…
La Direzione Generale CreativitĂ Contemporanea ha pubblicato l'avviso pubblico per la selezione dell'incarico di curatore del Padiglione Italia alla Biennale…
A cinquantâanni dalla Biennale Arte 1976, la Biennale di Venezia ripercorre il progetto di Janus dedicato a Man Ray, trasformando…