Andy Warhol, Knives, 1981-82, Acrylic and silkscreen ink on canvas, 51x81 cm. The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., By SIAE 2025
«Io uso gli oggetti non per quello che sono, ma per quello che significano nella loro esistenza», Jannis Kounellis. «Isn’t life a series of images that change as they repeat themselves?», Andy Warhol. Alla Galleria Fumagalli di Milano, la mostra Kounellis | Warhol propone una conversazione avvincente tra due visioni artistiche apparentemente distanti, unite tuttavia dall’osservazione delle forme, dal coinvolgimento dello spettatore e da una risonanza interiore legata alle rispettive radici culturali. L’installazione assume una configurazione immersiva in cui corpi, presenze visive ed elementi iterati si susseguono, rendendo percepibili ritmi narrativi e legami compositivi tra storia, immediatezza contemporanea e sguardo sul presente.
Le opere di Jannis Kounellis dominano le sale con una forza scenica netta. La formazione nella cultura ortodossa e la provenienza greca dell’artista emergono tragicamente, dando forma a un immaginario liturgico in cui elementi poveri e religione evocano vicende collettive e ricordi stratificate, caricando i lavori di ritualità e solennità. Superfici consumate e lamiere acquistano autonomia espressiva, raccontando l’interazione dei corpi tramite segni di usura e contatto; un vero e proprio commentario sul peso dell’esistenza. Interessante notare come alcuni lavori fossero stati presentati in passato dalla galleria, a sottolineare una continuità artistica e dedizione.
In parallelo, Andy Warhol introduce una modalità nuova di coinvolgere il pubblico. Cresciuto nella fede cattolica bizantina, Warhol trasferisce la sacralità delle icone orientali nella cultura pop: Marilyn Monroe assume una presenza ieratica e, in questa mostra, appare in una versione “inversa”, che accentua la drammaticità dell’esperienza umana. A tal proposito, Knives riproduce utensili comuni i quali, sottratti alla loro funzione neutra, si caricano di potenziale offesa. In questo slittamento di senso, i coltelli di Warhol trovano un’eco diretta in una delle opere principali di Kounellis, come Senza titolo, 2005, in cui capelli attraversati da lame rendono visibile il corpo assente e il dolore condiviso. In entrambi i casi, l’oggetto perde misura e diventa veicolo di tensione etica condivisa.
Affinità e divergenze emergono visibilmente nel modo in cui i due artisti affrontano la durata e le tracce del passaggio umano: Kounellis attribuisce ai propri lavori un valore consolatorio e catartico, mentre Warhol osserva l’umanità con distacco, rendendo ogni figura un riferimento culturale e una chiave di lettura estesa. L’intreccio tra presenza visiva, corporeità e memoria accompagna l’intero sviluppo della mostra.
Gli ambienti della galleria si configurano come zone di concentrazione percettiva e cognitiva: Kounellis assegna prassi semantica agli elementi, Warhol suggerisce alterazioni di significato. Contrasti e accordi si alternano, generando pause capaci di stimolare curiosità e riflessione intellettuale. L’insieme mette in evidenza le fragilità degli artisti e la solidità del loro intento espressivo, offrendo l’occasione di avvicinarsi a una sfera più personale delle loro ricerche.
Contestualmente, il dialogo tra le opere si sviluppa tra ritmo e spessore, intensità e scansione visiva. La gravità di Kounellis si confronta con la comunicazione immediata di Warhol, dando vita a un equilibrio in cui nessuna forza prevale sull’altra. Ogni segno diventa così un riferimento per interpretare durata, luogo e il rapporto tra opera e osservatore.
Al termine della visita, chi attraversa le sale non resta semplice testimone ma parte attiva di un sistema di riferimenti e rimandi. L’insieme apre a interrogativi più che a risposte: come la percezione modella ciò che osserviamo, come figure e presenze visive orientano sensibilità e concentrazione, e quanto è necessario considerare oggi gli artisti nel loro contesto culturale e biografico. Kounellis e Warhol, pur divergendo per metodo e visione sulla vita, conducono verso una lettura che supera la forma stessa dell’arte, lasciando un’eco persistente destinata a proseguire oltre le sale della galleria.
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