La galleria Minini si sdoppia, per raccontare Yona Friedman

di - 24 Gennaio 2020

Come rappresentare, rendere leggibile, un percorso lungo e complesso come quello intrapreso da Yona Friedman? Visionario, qualcuno direbbe utopista, ma anche sensibile alla realtà storica delle cose, delle persone e degli eventi, Friedman è considerato tra i padri fondatori dell’architettura contemporanea, oltre che un influente teorico e urbanista e, per dare contezza della sua ricerca, la Galleria Minini presenta “Sculpting the Void – une proposition de Yona Friedman avec Le Fonds de Dotation Denise et Yona Friedman”, un doppio progetto espositivo a cura di Maurizio Bortolotti, che riunirà la sede di Brescia, in via Apollonio 68, e la Galleria Francesca Minini di Milano, in via Privata Massimiano 25, in un’unica e ideale megastruttura. Perché il lavoro dell’architetto nato a Budapest nel 1923 è incredibilmente sfaccettato ed esplorarlo vuol dire confrontarsi con una struttura di conoscenze e di linguaggi che comprende non solo l’architettura ma anche con l’arte, il design, la biologia, la filosofia, la sociologia.

Tanto più significativo, allora, il patrocinio conferito dall’Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Brescia. Nell’ambito di questa partnership, Bortolotti e Jean-Baptiste Decavèle, in rappresentanza del Fonds de Dotation Denise et Yona Friedman, guideranno gli architetti dell’Ordine in una visita agli spazi della Galleria Minini, non ancora completamente allestita, per comprendere le dinamiche espositive e le scelte, così da esplorare in modo ancora più accurato il lavoro di Yona Friedman.

Le due mostre da Massimo Minini e Francesca Minini

Le due mostre alla galleria Minini prendono spunto dal recente libro di Yona Friedman, Untitled, incentrato sul suo materiale di lavoro che può essere inteso come arte. ‹‹Ho provato a riassumere le mie esplorazioni al di fuori dell’architettura in diversi libri precedenti. Alcuni riguardano l’ecologia, alcuni la sociologia e uno persino i cani. Questo tuttavia è il primo riguardante l’arte. Sono una persona visiva: un’immagine spiega, per me, molte cose. Sono conosciuto, nel mio lavoro professionale, per il mio uso di immagini semplici, cartoni animati o pittogrammi per sostituire testi››, scrive Friedman.

Alcune delle immagini presentate in queste due mostre provengono dai due luoghi in cui Friedman ha sviluppato il suo lavoro: il vecchio studio-appartamento di Boulevard Pasteur e il suo ultimo appartamento in Boulevard Garibaldi, entrambi a Parigi.

‹‹L’avventura visiva di Yona Friedman trova un’importante punto di partenza nei film di animazione sperimentali degli anni ‘60, a partire dai quali le sue immagini sono diventate sempre più centrali nella sua riflessione sull’architettura nella sua visione del mondo, che rappresenta un radicale ripensamento del legame tra gli esservi viventi e i loro ambienti››, ci ha spiegato Bortolotti.

‹‹I was often trying to define architecture as sculpting the void. Indeed, the material that makes architecture is penetrable empty space. You can appreciate it from inside. But emptiness in itself is not visible. Something must contain it. Architectural space is contained generally within a box. Architects’ work is most often to conceive that box. Sculpting space can be achieved also by creating negative space, i.e. space around objects, that means space like a “mold” of those objects. That work also falls into the domain of architecture››, ha raccontato a exibart Jean Baptiste Dècavele, citando il pensiero di Yona Friedman.

Vita, opere, musei e libri di Yona Friedman

Nato a Budapest, il 5 giugno, 1923, Yona Friedman ha vissuto pienamente gli eventi segnanti del XX secolo. Durante la Seconda Guerra Mondiale sfuggì ai rastrellamenti nazisti e ha trascorso dieci anni in Israele, ad Haifa, prima di stabilirsi definitivamente a Parigi, nel 1957. Erano anni in cui l’architettura stava sviluppando idee rivoluzionarie, in alcuni casi controverse, dal Postmoderno all’Architettura Radicale, per citarne qualcuna.

E in questo contesto, Friedman contribuì a mettere in crisi le certezze della pianificazione architettonica e urbanistica, attraverso il suo “Manifeste de l’architecture mobile, presentato nel 1956, al X Congresso Internazionale di Architettura Moderna di Dubrovnik. Emergevano concetti come quello dell’architettura mobile e, in questo senso, l’attenzione di Friedman è sempre stata rivolta alle modalità dinamiche dell’abitare e degli abitanti.

Nel 1963 sviluppò l’idea di città ponte e partecipò attivamente al clima culturale e utopico dell’architettura degli anni ’60 nota come Età della megastruttura. Dalla metà degli anni ’60 ha insegnato presso numerose università americane e, nel decennio successivo, ha lavorato intensamente per le Nazioni Unite e l’Unesco.

I suoi principi di autocostruzione, a partire dall’utlizzo di materiali locali, sono stati applicati nel Museum of Simple Technology di Madras, in India, realizzato da Freidman nel 1987. Ma fervida anche la sua attività di scrittore, sia di testi a indirizzo tecnico che sociologico, filosofico ed epistemologico, come Utopie Realizzabili e L’ordine complicato. Come costruire un’immagine.

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