Categorie: Mostre

Le personali di Heinze ed Enkhtur, presentate a Torino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

di - 21 Novembre 2024

«L’isola che non c’è si può raggiungere solamente al crepuscolo, seconda a destra e poi sempre dritti» Scriveva J.M. Barrie in Peter Pan. L’isola che non c’è: una coordinata che si palesa davanti agli occhi dei soli che osano immaginare l’esistenza di mondi altri, cercandoli all’alba, tra il sonno e la veglia, tra sogno e realtà. Un luogo tanto affascinante quanto effimero, capace di sedurre e disorientare. Incanto e disincanto, desiderio e superstizione assieme a intuizione e ambiguità caratterizzano le due personali presentate alla Fondazione Sandretto: da una parte la pittrice Stefanie Heinze, berlinese con base a New York, con le sue tele dai vividi colori, dall’altra lo scultore mongolo Bekhbaatar Enkhtur e le sue opere polimateriche.

I dipinti di Heinze dirompono ogni precedente canone di lettura e riferimento. Risulterebbe semplice trovare somiglianze con il surrealismo di Dalì o Ernst, ma Heinze «non lavora sulla scia di altri artisti». No. Piuttosto invita ad avvicinarsi con un altro approccio ai suoi dipinti, dove vengono indagate nuove possibilità di rappresentazione. In questa cornice immaginativa, il linguaggio, la bocca (mouth), non può far altro che venire dopo (comes second), per lasciare spazio ad una relazione con l’opera puramente intuitiva, atavica, e sensoriale.

Stefanie Heinze. Installation view, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

Dimentichiamo gerarchie, dimentichiamo di osservare i dipinti di Heinze e discutere poi di composizione, equilibrio e riferimenti storici. L’artista pratica la disgregazione volontaria di tutto questo, trovando «noioso» il termine composizione. Al contrario, ripone sovversivamente l’attenzione alla musica, ai meme, alla nail art, ai tarocchi, alle pratiche spirituali, alle pietre preziose e, non da ultime, alle strade di Brooklyn. Si intravedono, in effetti, nei grandi formati delle tele, quelli che sembrano essere paladini nati dai visual della cultura tecno o dall’immaginario visivo della cartomanzia. Sembrano voler comunicare con il visitatore, non ad un livello intellettivo, ma intuitivo e criptico. Le tele di Heinze sottopongono a giudizio la figurazione pittorica per come l’abbiamo sempre immaginata, sfidandone i canoni e le proporzioni. Si possono decodificare parti corporee, animali fantastici, oggetti di ogni giorno – come un paio di crocs – e poi portali divini e frutti. Ciò che colpisce – e destabilizza – è la loro distribuzione non gerarchica all’interno della tela, dove, suggerisce l’artista, «ogni piccola parte del dipinto fa da protagonista» e coesiste con le altre: come le note di uno spartito. Una visione ecologica dell’esistenza a cui Heinze ci pone davanti e su cui chiede urgentemente di fare i conti. É ancora possibile una realtà che abbia a cura ogni ecosistema in modo ecologico?

Stefanie Heinze. Installation view, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

Accanto, la sala che ospita Hearsay, il sentito dire, riflette sul potere culturale che le credenze e le superstizioni hanno ancora oggi. Una scia di stelle argentee occupa sinuosamente la stanza e sale dalla quota più bassa del pavimento, sino ai muri perimetrali, permettendo ai visitatori il tempo di girarvici attorno e, perché no, di esprimere un desiderio prima di arrivare all’ultima stella, simbolo della sua stessa rapida evanescenza. L’immaginario magico e surreale che le comete da millenni alimentano si scontra brutalmente con la scultura in cera d’api di un gufo esanime accasciato sopra una rete metallica. Il metallo, lo stesso materiale utilizzato per le stelle, si alterna repentinamente a significare ora aspirazione e fede, ora fallimento e caducità.

Nell’interazione simultanea di queste due polarità, Enkhtur gioca con i significati custoditi nei miti che parlano di stelle guida e di animali notturni simbolo di saggezza e protezione. Ne costruisce una narrazione che mette in discussione nel presente le antiche credenze sciamaniche e animistiche. Smantellandone con sarcasmo l’autorità, lo scultore sembra mettere in discussione anche le tradizioni delle proprie radici geografiche, dove la religione del Tengrismo – non a caso, in mongolo, “cielo blu eterno” – permea profondamente aspetti della vita e della cultura.

Bekhbaatar Enkhtur. Installation view, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

Articoli recenti

  • Arte contemporanea

Il surriscaldamento globale è realtà. Un ghiacciaio scomparso diventa monumento fragile al Castello di Rivoli

Cecilia Vicuña trasforma la Manica Lunga del Castello di Rivoli in un paesaggio di lana e memoria: cento metri di…

1 Giugno 2026 17:00
  • Mostre

Giacomo Balla: l’artista totale, oltre il Futurismo. Al Mart di Rovereto

Fino al 18 ottobre, Il Mart presenta per la prima volta in Italia una delle maggiori collezioni private monografiche al…

1 Giugno 2026 17:00
  • Arte contemporanea

Un maxi-restauro da 38 milioni: ecco la nuova casa dell’Archivio Storico della Biennale

Un hub di 8.000 metri quadrati aperto 365 giorni all'anno, destinato a imporsi come il centro di ricerca sulle arti…

1 Giugno 2026 16:49
  • Progetti e iniziative

2 giugno 1946-2026, il voto come gesto di ascolto: il progetto di Afterall a Modena

Per gli 80 anni della Repubblica, il duo Afterall presenta a Modena una installazione sonora nata da un processo partecipativo:…

1 Giugno 2026 15:30
  • Mercato

Da Frank Stella a Mario Merz: a Parigi va all’asta la collezione Claude e Grazyna Cluzel

Trentacinque opere tra Minimalismo, Arte Povera e astrazione del dopoguerra raccontano il gusto rigoroso dei due collezionisti. E le loro…

1 Giugno 2026 15:00
  • Teatro

Noi, non io: al festival Up To You, la direzione artistica è un atto collettivo

A Bergamo il festival Up To You sperimenta una direzione artistica partecipata: giovani curatori e professionisti costruiscono insieme - e…

1 Giugno 2026 14:30