Levia Gravia, veduta della mostra presso Fondazione Sabe per l’arte, Ravenna. Ph. Daniele Casadio
Leggerezza e presenza, il vuoto che tende a salire e la pienezza che ritorna alla terra. Due pesi e due misure, insomma, che trovano una sintesi nella mostra “Levia Gravia”, doppia personale di Valerio Anceschi e Luca Scarabelli, a cura di Francesco Tedeschi, in esposizione fino al 24 giugno negli spazi della Fondazione Sabe per l’arte, a Ravenna. Provenienti da percorsi differenti e portatori di diverse concezioni estetiche, i due artisti condividono tuttavia alcuni elementi del linguaggio plastico, attraverso cui propongono particolari letture della forma e dell’idea di scultura. In mostra, il punto di connessione tra le due poetiche viene individuato nel rapporto tra i concetti di “levità” e di “gravità”, introdotti dalla citazione di Ovidio presente nel titolo, ripresa da Giosué Carducci per una sua raccolta poetica.
Istituita nel novembre 2021, la Fondazione Sabe persegue l’obiettivo di promuovere e diffondere l’arte contemporanea e, in particolare, alle declinazioni della scultura, nella città di Ravenna, attraverso mostre, incontri, proiezioni e altre attività culturali. Presieduta da Norberto Bezzi e da Mirella Saluzzo, si avvale della consulenza di un comitato scientifico coordinato da Francesco Tedeschi, docente di storia dell’arte contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e composto dai professori dell’Università di Bologna Claudio Marra, Federica Muzzarelli, Gian Luca Tusini e Claudio Spadoni, già direttore del Museo d’Arte della città di Ravenna. La direzione artistica è affidata a Pasquale Fameli, critico d’arte e studioso dell’ateneo bolognese. Sita a pochi passi dal MAR – Museo d’Arte di Ravenna, a Fondazione si dedica inoltre alla catalogazione delle opere di Mirella Saluzzo e alla costituzione di una biblioteca specializzata sulla scultura contemporanea.
«Fondazione Sabe per l’arte nasce al fine di valorizzare la scultura contemporanea, intesa però in senso ampio, con riferimento anche alle pratiche dell’installazione e dell’intervento ambientale», ci raccontava Pasquale Fameli, in occasione dell’inaugurazione della Fondazione. «A queste si aggiungere anche un forte interesse per la possibilità che la scultura stessa possa collocarsi o reinventarsi all’interno delle dimensioni immateriali della fotografia, del video e della computergrafica».
Da una parte, dunque, la levità, intesa nel senso di una leggerezza formale, più che materiale, quando si dà attenzione al vuoto come elemento attivo di ogni elaborazione scultorea. Dall’altra, la gravità, intesa come la presenza fisica della scultura, del suo rapporto con la dimensione del suolo. L’intreccio di queste due direzioni – o aspirazioni – si attiva nel dialogo tra i lavori di Anceschi e di Scarabelli, che per l’occasione propongono una serie di opere realizzate negli ultimi anni.
Dagli anni Novanta, Valerio Anceschi ha svolto un percorso coerente nella elaborazione di opere composte con materiale di riuso, soprattutto frammenti di ferro provenienti da lavorazioni di fonderia, che combina per generare soggetti bi-tridimensionali, che si muovono, in qualche occasione realmente, per effetto della leggerezza del loro corpo. Luca Scarabelli, dal canto suo, fin dagli anni Ottanta ha operato attraverso l’uso e il recupero di oggetti domestici, elementari, ai quali attribuisce significato interrogativo ed evocativo, all’insegna di una concettualizzazione ironica e narrativa.
La mostra, che proseguirà fino al 24 giugno con il patrocinio del Comune di Ravenna e del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna, sede di Ravenna, e in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, è accompagnata da un catalogo edito da Danilo Montanari e arricchita da altri eventi organizzati nel periodo di apertura.
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