Mario Schifano, Futurismo rivisitato, 1996. Smalto e grafite su carta, 62x93,5 cm
Ultimi giorni per la mostra Io guardo Galleria Lombardi dedicata a Mario Schifano, un progetto espositivo monografico curato da Lorenzo ed Enrico Lombardi che attraversa oltre trent’anni di ricerca dell’artista, dagli anni Sessanta ai primi Novanta è il racconto di una sensibilità inquieta, ironica e sperimentatrice. In contemporanea alla grande retrospettiva ospitata presso Palazzo delle Esposizioni, l’esposizione romana propone un percorso più raccolto e intimo, estremamente significativo nella conoscenza di uno dei protagonisti assoluti dell’arte italiana del secondo Novecento. Il titolo della mostra riprende una celebre affermazione dell’artista, «Non mi ispiro. Io osservo, guardo».
Una dichiarazione che sintetizza perfettamente l’approccio creativo di Schifano, fondato sulla curiosità e sull’assorbimento continuo delle immagini, provenienti dalla realtà contemporanea, dai media, dalla televisione e dalla cultura urbana. La sua pittura nasce infatti dall’osservazione del presente, ma si trasforma in una riflessione asettica e visionaria sul tempo, sulla memoria e sulla percezione, spingendola oltre i suoi confini.
Figura centrale della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, Schifano è tra gli artisti che meglio interpretarono il cambiamento culturale dell’Italia del dopoguerra, animando la scena romana degli anni Sessanta, dialogando idealmente con la Pop Art americana di Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jasper Johns ma sviluppando una pittura profondamente diversa, introspettiva, emotiva e gestuale, mantenendo una posizione autonoma rispetto ai modelli internazionali.
In mostra circa venti opere che raccontano l’evoluzione della sua produzione. Sono presenti i celebri monocromi dei primi anni Sessanta, come Venere di Milo o i cartelli pubblicitari, i paesaggi anemici, il ciclo del Futurismo rivisitato e le grandi superfici cromatiche degli anni Novanta. Attraverso questi lavori emerge tutta la forza di Schifano capace di trasformare le immagini tratte da giornali, televisione e pubblicità in materia pittorica viva, vibrante e gestuale. Nell’opera Propaganda del 1979 si appropria del marchio della celebre bevanda e lo decontestualizza, lo libera della funzione pubblicitaria, trasformandolo in segno e colore. Le sue tele, attraversate da smalti industriali, colature e colori accesi, conservano un’intensità emotiva che supera la semplice riproduzione dell’immagine mediatica. Verde mela, rosa shocking, viola elettrici: tonalità che colpirono persino Lucio Fontana, affascinato dalla libertà cromatica del giovane artista romano.
La mostra, accompagnata da un testo critico di Silvia Pegoraro, mette in evidenza la natura sperimentale della ricerca di Schifano e la sua continua tensione verso nuovi linguaggi. Pittura, fotografia, televisione e cinema convivono in un percorso che racconta un artista incapace di fermarsi, sempre pronto a reinventare il proprio sguardo. A quasi trent’anni dalla sua scomparsa, Mario Schifano continua così ad apparire straordinariamente contemporaneo, libero, impulsivo e visionario in costante dialogo con il nostro presente, dominato dai media e dalla velocità visiva.
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