Piero Golia, The End, work in progress
È un processo catartico quello in cui Piero Golia ha proiettato il visitatore durante l’inaugurazione della sua ultima mostra personale di Roma, dove una squadra di operai in divisa, nel frastuono dei martelli pneumatici, era intenta a dissodare il pavimento. Siamo negli spazi de La Fondazione di Nicola del Roscio, nell’ambito della programmazione espositiva curata da Pier Paolo Pancotto.
Mano a mano che i protagonisti della performance proseguivano nella loro azione, andava gradualmente componendosi la scritta: “THE END”.
Ad operazione terminata, un coro di voci bianche ha fatto il suo ingresso nella sala e, ribaltandone la tensione atmosferica, ha proposto un nuovo pieno, uno scarto sensoriale dalla traumaticità dell’azione appena conclusasi verso un’armoniosa, pacata contemplazione.
Una dichiarazione di fine che, presupponendo il ricercarsi di un inizio, costruisce un ponte con la prima performance dell’artista nel 2002 a Villa Medici, a cui ne è seguita una seconda nel 2016, sempre presso la sede dell’Accademia. Non fu però questo un inizio dichiarato, e forse neppure originariamente concepito come tale. La progettualità di Piero Golia si struttura attorno ad una continua mutazione, servendosi della dilatazione temporale per immettere nuovi significati o inversioni di rotta. È dunque solo con la performance del 2016 che l’inizio del 2002 ha potuto essere considerato come tale, proprio in funzione del nesso stabilito dalla dichiarazione della sua prosecuzione (con la scritta “to be continued” apparsa nel 2016) e, per le stesse regole del gioco, solo esplicitandone la fine tale processo si è potuto “terminare”. Ma chi può dire con assoluta certezza di trovarsi di fronte ad una conclusione, data l’imprevedibilità della produzione di Golia?
La sospensione è la materia viva di un’opera che si nutre di scansioni temporali irregolari e incerte, creando non appuntamenti, ma attese. L’artista accende una tensione che non si estende solo al momento performativo, ma si propaga a ritroso lungo i silenzi delle sue arbitrarie pause. Alternando sapientemente vuoti e pieni, Piero Golia evoca un’ambiguità sensoriale stressando la storicizzata componente visiva dell’opera d’arte, consuetamente ricercata dallo spettatore. La sua performance in tre atti gioca con la im-possibilità della visione, utilizzando l’elemento sonoro come momentaneo contrappunto atmosferico che pervade lo spazio e si fa ingombrante presenza.
Di diversa natura sono invece gli spazi della Project Room, allestiti con i dipinti dell’artista Radu Oreian. La grande tela della prima sala presenta una componente fortemente organica, strutturata in un garbuglio compositivo capace di organizzare il vivido immaginario dell’artista, fatto di viscere, elementi naturali ed iconografie storiche, tra cui alcuni motivi della pittura pompeiana.
Nella seconda sala, una serie di dipinti di piccole dimensioni riproduce in scala gli intrecci compositivi delle tele più grandi. Queste maglie cromatiche si avviluppano in una pittura dall’estrema densità, come se anche tutta la materia fosse stata compressa. Così lo scarto dimensionale risulta particolarmente interessante in quante consente di rintracciare nuovi percorsi di ricerca portati avanti dall’artista.
La trasposizione vettoriale dei dipinti ne rivela infatti un aspetto ulteriore, ovvero il loro l’intimo legame con la pratica scrittoria sia nell’elaborazione formale, che guarda alla scrittura cuneiforme, che nella ricerca di una sintassi e di una continuità discorsiva propria.
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