Mimmo Paladino, Grande cabalista, 1981, Olio e pigmenti su tela, Collezione privata, Bologna; by SIAE
C’è una qualità aurorale nel modo in cui Mimmo Paladino sembra riattraversare la propria storia nella grande antologica che l’Umbria gli dedica, quasi che il suo mezzo secolo di lavoro emergesse, più che da un percorso museale, da un continuum immaginativo che avvolge Perugia, Spoleto e Gubbio in un’unica, cosmica vibrazione. In questa geografia interiore, l’artista ritorna al gesto primario del dipingere come chi riscopre un idioma antico, ricordando quella “forza del passato” di cui parlava Pasolini: una spinta che non è nostalgia, ma resistenza poetica al tempo della smaterializzazione. Paladino. Antologica è la mostra che rende omaggio al maestro della Transavanguardia, con la curatela di Costantino D’Orazio, Direttore dei Musei Nazionali di Perugia, e Aurora Roscini Vitali, storica dell’arte dei Musei Nazionali di Perugia, insieme all’artista stesso.
È proprio la pittura murale a riaprire il cammino, con Il Brasile, si sa, è un pianeta dipinto sul muro, rievocata dagli studenti perugini come un affresco che sopravvive ai propri fantasmi: un’opera che fu risposta ironica e coraggiosa alla “tirannia dell’idea” dominante negli anni Settanta, un ritorno alla visibilità che ha il tono di una dichiarazione di libertà. Le prime sale della Galleria Nazionale dell’Umbria tracciano la soglia di un linguaggio che si costruisce per scarti, dissolvenze, epifanie: Silenzioso, Senza titolo, Il giardino dei sentieri che si biforcano evocano figure affioranti come da un sonno antico, e sembra che da quel dormiveglia sorga tutta la successiva costellazione paladiniana. Se l’artista dipinge “in silenzio” è perché comprende che il mondo delle immagini ha bisogno di un respiro proprio, di un tempo non scandito dalla tecnologia né dalla produzione seriale; un tempo contemplativo, quasi sacro, che permette di far convergere miti mediterranei, memorie etrusche, alfabeti primordiali e icone cristiane nella stessa fluidità di senso. La Transavanguardia non viene evocata come capitolo storico ma come condizione mentale: un nomadismo che annulla gerarchie e confini, permettendo ai simboli di riscriversi all’infinito. Così opere come Grande cabalista o Stabat mater si stagliano come rituali laici, sospesi tra antichità e futuro, in un teatro figurale che ha la densità di ciò che Aby Warburg avrebbe chiamato “sopravvivenza delle immagini”, una migrazione perpetua di forme che attraversano i secoli per riaffermare la loro carica archetipica.
Alla Rocca Albornoz di Spoleto, il racconto si piega verso la scultura e trova nei Dormienti un vertice emotivo: corpi senza tempo, placidamente consegnati all’ombra, mentre lo spazio si riempie delle note di Brian Eno che li accompagnarono in quel memorabile allestimento londinese. Qui l’arte sembra farsi eco di un respiro cosmico, di un’inerzia viva che afferma l’essere attraverso la quiete, come in certi passaggi di Rilke in cui il sonno è soglia tra il visibile e l’ineffabile. Le forme di Paladino, bruciate, fuse, ricomposte come reliquie contemporanee, restituiscono la potenza alchemica della materia che sopravvive alla distruzione trasformandosi in ritmo, in musica solidificata.
A Gubbio la carta diventa scenario di un teatro intimo, di apparizioni che sfiorano l’astrazione senza mai abbandonare del tutto il richiamo figurale: fogli piegati, scale, sequenze che ricordano che l’immagine, prima di essere rappresentazione, è gesto, traccia, respiro. E il viaggio si chiude con le opere più recenti, quasi monocrome, attraversate da numeri, figure e rami che sono ormai parte di un alfabeto personale, “una scrittura degli dei”, direbbe Klee, un modo per catturare l’essenza del mondo senza descriverlo. In tutto questo, l’Umbria non è semplice cornice ma interlocutrice: i paesaggi, le tradizioni, le piazze diventano superfici sensibili che amplificano il dialogo tra comunità e artista, ricordando che l’arte, quando davvero vibra, è un atto civile prima ancora che estetico. La retrospettiva di Mimmo Paladino si impone così come un’esperienza immersiva in cui la storia dell’arte, dal Trecento ai linguaggi più attuali, non è un archivio ma un organismo vivente; e nei suoi segni, nelle sue figure, nelle sue silenziose apparizioni, sembra echeggiare ancora la convinzione che ogni quadro, ogni scultura, ogni installazione è una soglia verso un altrove, un varco in cui il tempo non scorre ma si dilata, dove il passato torna a farsi promessa e il presente smette, per un istante, di essere effimero.
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