21 dicembre 2023

Mimmo Paladino in veste di regista. Il racconto del suo ultimo film, La Divina Cometa

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Il maestro della Transavanguardia racconta in questa intervista la sua esperienza come regista. La Divina Cometa andrà in onda su Sky Arte il 24 dicembre

Risale al 2006 la precedente impresa cinematografica di Mimmo Paladino in veste di regista. E, come col precedente film Quijote, con Lucio Dalla nei panni di Sancho e Peppe Servillo in quelli di Don Chisciotte, anche ne La Divina Cometa, nel quale fonde la Natività con il viaggio di Dante Alighieri, c’è una eccezionale fusione, pressoché wagneriana, di arte, letteratura, teatro, filosofia, saldamente fissati insieme da una straordinaria sceneggiatura, una splendida fotografia (Cesare Accetta), una precisa scenografia, un perfetto montaggio (Artemide Alfieri), su cui dominano le formidabili interpretazioni di favolosi attori e non, legati all’artista da una solida e lunga amicizia, dando corpo a un lavoro corale, nel senso più letterale del termine. Messa in onda in esclusiva su Sky Arte il 24 dicembre alle 21.15, in streaming solo su NOW e disponibile anche on demand, La Divina Cometa non ha un’unica storia narrante -del Presepe e dei racconti evangelici, evocati ma mai citati in maniera diretta-, bensì ad essa si intrecciano e l’attraversano altre microstorie recuperate nei ricordi dell’artista stesso, oppure attinti da accadimenti correnti o da vicende uniche. Stendendo le scene come leggere ed estese velature, nei centoventinove minuti di film, costruisce un immenso affresco denso di rimandi, citazioni, simboli, lapidarie rivelazioni. Per questo, come lo stesso Mimmo Paladino suggerisce, “è un film che bisogna vedere due volte: la prima per afferrare la storia, la seconda per cogliere gli infiniti dettagli”. Perché, “ogni rappresentazione è un mistero. È una rappresentazione metafisica, non è realtà”, è declamato nelle prime scene. E non si può far altro che condividere l’invito.

La Divina Cometaè un film molto articolato; pertanto, anche la stessa sceneggiatura sicuramente non è stata semplice

«Il precedente film Quijote, ispirato al romanzo di Cervantes, presentato anche alla Biennale Cinema, era molto meno articolato, anche con un numero inferiore di interpreti: Sancho, Don Quijote e qualche altro personaggio. Però, in questi anni, ho sempre pensato a diversi soggetti, e alla fine ho lavorato a un solo soggetto, in cui si è fuso Dante con il Presepe, scritto con Maurizio Braucci, che conosco da tanti anni. Non essendo quella della regia una mia ricerca continua, essendo io pittore, mi affianco a professionisti che lavorano nei rispettivi campi e devono essere degli amici.»

Il film però ha una trama molto articolata, c’è sì questo viaggio, ma tutto si costruisce su suggestioni

«Sì, però, ha uno sviluppo molto semplice, con la propria architettura drammaturgica che ha un inizio e una fine, e, nel mezzo, ha il suo svolgimento. Questa storia non ha le caratteristiche di un’opera narrante, ma ci sono più narrazioni parallele che alla fine si fondono. C’è una famigliola povera, che cerca un numero 25 e si suppone un alloggio, che allude all’altra famiglia che conosciamo con la sua fuga dall’Egitto. Però, durante questo viaggio, si affacciano dei Magi, che portano dei doni…»

… la Pittura, il Teatro e la Poesia…

«Infatti. Che per la nostra tradizione sono i Re Magi che si recano al Presepe, ma l’architettura di un Presepe, vede affiancati e contemporanei, momenti diversi, con una struttura piramidale: in alto, il grande evento e, in basso, la vita umana. Ma anziché essere tre, sono quattro e, addirittura, alla fine, diventano cinque. E portano la Bellezza: la Pittura (Ferdinando Bruni), il Teatro (Alessandro Haber) e la Poesia (Nino D’Angelo). Poi la Filosofia e, infine, la Musica. Ma, nota bene, non dicono mai che stanno seguendo la Cometa, ma un segno nel cielo, che non si sa bene cosa sia.»

Perché i segni indicano…

«Sì, come dice uno dei personaggi. Infatti, dicono che ci sarà un grande evento, ma tutto è molto nebuloso. Nel frattempo, appaiono delle immagini, dei monoliti, perché c’è anche tutto un gioco sui numeri, com’è nella tradizione della Cabala Natalizia, della Tombola e così via. E l’uomo dei numeri chiama il 55, la Musica. E appare Glenn Gould. Ritiratosi dalle scene, si dedica alla ricerca di un assoluto suono perfetto. Poi, c’è anche il Conte Ugolino (Toni Servillo). Perché all’inizio la famigliola entra in una grande architettura…»

Che è quella del san Girolamo nello studio di Antonello da Messina

«Infatti, perché Antonello da Messina è uno dei pittori che prediligo, che, in realtà, nel film, non è san Girolamo bensì sant’Alfonso Maria de’ Liguori (Peppe Servillo), il quale, descrive l’importanza della musica. Essendo un nobile, desidera avvicinare la sua musica ai poveri e al popolo e, quindi, scrive il famoso inno natalizio Quanno nascette Ninno. E questa famigliola si ritrova davanti a un vero presepe, dove compare anche Dante (Sergio Vitolo) perché, come declama con un altoparlante in una piccola stazione un’altra comparsa (Roberto De Simone), “nel presepe ci può essere qualunque cosa”. Quella stessa stazione dove, più avanti, comparirà il capostazione (Sergio Rubini) nell’eterna attesa di un treno che non passerà mai, proseguendo, in tal modo, un suo film del 1990, per l’appunto La stazione. Quindi, un continuo andirivieni, una continua citazione al Presepe e alla Divina Commedia, e per questo compaiono queste immagini. Come Pitagora, che è un signore, interpretato dal giornalista Sebastiano Grasso, che si è rifugiato a Siracusa, come fece il vero Pitagora, e, davanti a una tavola pitagorica (“che sembra l’orario dei treni”) parla di fotografia, o meglio di Ferdinando Scianna. È raccontato, così, l’inizio della carriera di Scianna, col padre che gli domanda: “vuoi fare il fotografo a Bagheria? quello che uccide i vivi e resuscita i morti?”. Perché, credendo che la fotografia rubasse l’anima, le persone non si facevano fotografare e, solo una volta morte, veniva realizzato il ritratto fotografico da apporre sulla lapide su cui venivano disegnati gli occhi aperti. C’è anche Lucifero (Eliot Summer, figlia di Sting), che parla solo inglese, perché viene da un’altra parte, che sta distante e non appartiene al Mediterraneo. È tutto un incastro, di narrazioni, di leggende, di fatti veri, di suggestioni…»

Tante suggestioni che creano una sorta di compendio, dove sono stati raggruppati un insieme di riflessioni, di sguardi, di considerazioni, perché alla fine, in tutta questa babele di lingue

«Sì, addirittura le Furie, un’unica attrice (Cristina Donadio) vista come un trittico, mescolano le lingue (l’arabo, l’inglese, il tedesco, il napoletano) perché è un gioco sul linguaggio, un linguaggio distante e popolare. Ricorre sempre quest’aspetto popolare, molto semplice, direi quasi neorealista, accompagnato, però, da temi molto complessi. E c’è anche molta riflessione sull’artista (attraverso citazioni del famoso cosiddetto Diario di Jacopo Pontormo – Giovanni Veronesi), sulla bellezza, sulla pittura, sull’arte, sul valore dell’arte. Alla fine, questa famigliola, che non riesce a trovare il 25, decide di costruirla da sé questa casa in maniera magica, stendendo una scia d’oro come primo muro. Ma anche la musica ha una grande importanza. Infatti, compare il magio della Musica (Francesco De Gregori), che viaggia con un asino. Compare anche Virgilio (Tomas Arana). Incontrando Dante, racconta che hanno bruciato i libri e che quindi, “noi poeti non dovremmo stare né in Inferno né in Paradiso ed è meglio stare in Purgatorio”.»

Ma è bellissima anche l’idea della città del pane, dove tutti potranno vivere e non avranno più bisogno di niente, perché ci sarà tutto e non esisteranno più né i ricchi, né i poveri

«Quella è Betlemme, ma non è nominata. E lei, la mamma, Nannina (Ginestra Paladino), impasta il pane. Ed è indicata da un semplice pastore (Giovanni Esposito), che si è costruito un “baracchino” e chiede di unirsi ai magi. Ma non ha nulla e gli rispondono: “porta il nulla”, “perché la cosa più importante è la Filosofia”. Ed il magio della Musica che, vagando per città metafisiche, si è smarrito e, a gran voce, chiama: “Teatro, Pittura, Poesia, dove siete?”, ad indicare che si è smarrita la Bellezza. Quindi un insieme di immagini e suggestioni.»

Però, tutte queste suggestioni sono accompagnate da profonde riflessioni e sguardi sul mondo, perché quando si fa cenno alla barca che ha portato persone che erano vive, quindi, c’è il cenno ad una situazione ben precisa

«Sì, quelle sono le barche vere di Lampedusa e al suo dramma. Iniziato da Giordano Bruno che brucia, e che si esprime nel dialetto del Seicento di Nola.»

Affermando che ogni rappresentazione è un mistero, sembra che tutto sia un susseguirsi di immagini, di quadri…

«Sì, perché in fondo così è stato il primo Presepe, fatto da san Francesco, che è stato una rappresentazione della sacra nascita di Gesù, dove ogni personaggio aveva un preciso ruolo. E il tutto si chiude con una situazione maginifica: in una piazza c’è la famigliola che appare…»

E che balla nell’Eden…

«Esattamente. Lei chiede, infatti, “dove siamo?.Nell’Eden” le risponde il marito Totò. Che accende uno stereo da cui esce della musica e la invita a ballare. “Ma si può ballare?”, domanda lei; “E certo! Se non si balla in Paradiso, dove vuoi che si balli”, le risponde lui. Ma anche questa musica ha un significato. Lucio D’Amelio, tanti anni fa, registrò un disco di canzoni che piacevano a Joseph Beuys, con una copertina disegnata da Cy Twombly, e lo regalò, appunto, all’artista tedesco.»

Il senso delle persone è che si sono persi…

«Persi e ritrovati. E per questo si sono costruiti una casa di fortuna con materiali trovati, come qualsiasi poveraccio che arriva in Italia e si costruisce una casa con quattro cartoni. Però, questa famiglia, sono premiati, con questa luce, con questo ballo, con una piccola gioia luminosa.»

Quindi: la Bellezza l’abbiamo persa, non si sa dove sta la Pittura, la Poesia e il Teatro pure…

«Il magio della Musica, infatti, chiede dove sono andati. Sono andati dove l’uomo vuole. Poi alla fine ogni cosa ritrova una dimensione. Anche il più povero tra i poveri, come la famigliola, può trovare una dimensione di stupore e di bellezza. C’è sempre la speranza.»

Non per niente “l’amore mio no, l’amore mio non può morire” …

«Infatti. Per questo la canzone è perfetta.»

Quindi, tutte queste riflessioni che hai messo dentro questo film…

«È come un quadro. Dove io inizio da una macchia e poi vado avanti. Poi cambio. Poi trovo un oggetto e lo metto all’interno.»

Perciò hai dipinto un film?

«Sì, esattamente: ho dipinto, avendo, però, una struttura letteraria, drammaturgica.»

Messo insieme tante immagini, una dietro l’altra, che hanno creato il movimento…

«Ho creato un grande affresco»

Un grande affresco nel quale riporti alcuni tuoi elementi, come alcune tue sculture o come le scarpe, che si sono perse e che poi si sono rincontrate e chissà da chi sono state possedute…

«Sì, le scarpe. Nel ricordo di quando ero ragazzino, c’era chi vendeva le scarpe vecchie perché negli anni Cinquanta e Sessanta, c’erano tante persone che si compravano le scarpe usate perché non potevano permettersi di acquistarne di nuove. Perciò il venditore di scarpe era una figura importante. E per questo ci deve essere in un Presepe. La scarpa, poi, io l’ho sempre usata. E quindi cito me stesso, come tanti altri. Un grande affresco di quella umanità che prediligo di più, quella più povera, più maltrattata, più diseredata. Quella che abita il Presepe. Pure Dante che, quando disegna con le parole l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, e colloca personaggi che sono anche diversi dalla sua epoca, lui fa una sorta di Presepe: fa abitare queste architetture, queste grotte, da figure. Come mettere dei personaggi in scena. Come fare del Teatro, una messa in scena per eccellenza.»

Ci sono diversi inviti. L’invito ad accogliere, l’invito a guardare, di vivere nella semplicità, con la quale si riesce forse a cogliere quella Bellezza che è offuscata. Sono, quindi, tutti inviti o speranze?

«È un film di denuncia di questa nostra società. Di invito a guardare qualcos’altro. Che è quello che l’uomo ha sempre fatto. Il monaco ha sempre dipinto icone. I musicisti sempre creato la bellezza con la musica, la Poesia uguale. E però ci sono momenti in cui tutto questo si confonde ed è un po’ un invito a tutto questo, che non ha una morale. E ri-guardandolo, scopri un dettaglio che prima era sfuggito. E, seppure tutto appare disarticolato, un legante c’è.»

Ti sei divertito a girarlo?

«Certo, è un gran divertimento. Lavori con immagini che hanno una verità, col paesaggio, della Campania e il nord della Puglia, pieno di mitologie e misterioso, che conosco e frequento. E lavori con amici, per un lavoro corale. Per questo quando posso faccio cinema. Unendo quella che viene considerata Cultura Alta, colta, e Cultura Bassa, che non esiste, perché tutte le culture sono importanti. Come la musica. Che è di Philip Glass, quanto di più lontano dal mondo che ho raccontato che, pur essendo sperimentale e minimalista, ben si accorda con la cantata drammatica dei fratelli Mancuso, Meus Deus

Quanto tempo avete impiegato per scriverlo e quanto per girarlo?

«Per questa stesura abbiamo lavorato circa due anni. Per le riprese, quattro settimane e mezzo. E poi c’è il montaggio, che è molto importante.»

Perciò tu sei stato la mente, però è un lavoro collettivo, dove ognuno ha portato il proprio sapere…

«Una troupe cinematografica è come un cantiere del Cinquecento, dove c’è il pittore, gli aiutanti, quello che mescola i colori, e quindi tutto deve essere amalgamato bene.»

Perché, allora, non ti dedichi del tutto alla regia e, invece, continui a fare il pittore?

«Perché non potrei fare a meno di fare il pittore.»

Quindi lo hai fatto quando hai sentito che era maturo?

«No, perché ci pensi e ci ripensi e alla fine trovi il produttore.»

Con la citazione del film La stazione, c’è l’intenzione di evidenziare una sorta di immobilità, col capostazione che continua ad aspettare un treno che non passerà mai…

«Ho immaginato la scena come la continuazione del film, ho pensato che questo capostazione fosse rimasto per quarant’anni davanti e dentro alla stazione, continuando a credere di essere il capostazione, nonostante la stazione fosse diroccata e dismessa e, per questo, non ci sarà mai il passaggio di nessun treno, ma ci sono solo i binari. Esprimendo così il concetto di tempo, attraverso la fissazione del capostazione.»

Nelle tue parole, ricorre spesso l’intenzione di unire la cultura Alta a quella Bassa, seppur affermi che non esista cultura bassa. Questo proposito è indotto dal fatto che, a tuo avviso, c’è ancora chi pratica questa distinzione?

«Mi sono accorto, facendo pittura, che c’è questa fusione. Quando sono andato alla mia prima Biennale, quella del 1964, con le opere di Rauschenberg, che inserisce un’aquila impagliata, una ruota di gomma, oggetti poveri, semplici, che lui li sublima nel quadro, è la conferma che l’arte può essere fatta con qualunque cosa. E la pittura è tale, anche se fatta su della semplice carta. Dove, però, sono necessarie delle regole. Quando si realizza un quadro, non si parte da zero, bensì da una macchia, da un segno, da qualcosa che hai visto, e poi vai avanti con una regola, una disciplina, un concetto, un principio, una “squadratura del foglio”, in questo caso cito Paolini. Tenendo in considerazione l’imprevisto. Ma anche cambiando, tagliando, spostando.»

Con questo film, alla fine, è come se tu avessi scritto un grande saggio, senza essere pretenzioso.

«Sì, ma sempre in maniera molto semplice. Come quando fai un quadro e inevitabilmente sarà letto in un certo modo. Perché ogni opera è un’opera aperta. Come l’ascoltatore di musica, che non deve necessariamente essere un dotto di musica. Perché ognuno coglie qualcosa. C’è perciò bisogno di una sensibilità. Nessun artista vuol dire qualcosa. C’è, quindi, una necessità umana di dipingere. E ogni pittore mette un segno. Io ho molto amato Tarkovskij, e in lui c’è sempre l’acqua. Per questo, anche in molti miei lavori, ricorre l’acqua. Ho raccolto molti elementi, un magazzino di cose, immagini, forme, e poi fabbrichi. E, così, costruita tutta l’architettura filmica. Che si differenzia dalla pittura, perché tu hai una superficie e sei solo: tu e la tela.»

 

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