Installation view, Patrick Saytour, Fondazione dell'Albero d'Oro 2026 ph © Ugo-Carmeni
C’è un’urgenza nel gesto di Patrick Saytour (Nizza, 1935 – Aubais, 2023) che travalica la semplice sperimentazione formale per farsi interrogazione ontologica. A Venezia, negli spazi storici di Palazzo Vendramin Grimani, la Fondazione dell’Albero d’Oro presenta la sua mostra Le pli et le temps / La piega e il tempo, a cura di Daniela Ferretti: una vera e propria operazione di scavo materico che mette a nudo il lessico esistenziale di uno dei protagonisti del movimento francese Supports/Surfaces.
In questo percorso, la fragilità dei tessuti bruciati e solarizzati di Saytour incontra la tensione radicale e l’azzeramento concettuale di Piero Manzoni, in un dialogo che ridefinisce i confini tra gesto, tempo e memoria.
Saytour ha occupato una posizione volutamente marginale e ironica all’interno di Supports/Surfaces. Se il gruppo puntava alla messa a nudo degli elementi costitutivi della pittura, l’artista nizzardo ha spinto questa ricerca verso una sorta di “teatralità del banale”. Disertando la tela tradizionale, Saytour ha abbracciato materiali poveri, persino kitsch, prelevati dai mercati popolari: plastiche, pellicce sintetiche, tessuti dozzinali.
L’opera diventa un archivio di azioni rudimentali: piegature sistematiche, bruciature, immersioni danno vita a una decostruzione del formato che trasforma il supporto in un reperto di vita vissuta. La piega, in particolare, non è solo una manipolazione fisica, ma una postura etica capace di accogliere la complessità e l’irregolarità, contrapponendosi alla pretesa perfezione del canone accademico.
Il cuore nevralgico della mostra è però l’incontro tra l’energia materica di Saytour e il silenzio assoluto di Piero Manzoni: due visioni che, pur partendo da premesse differenti, condividono un’identica ossessione per la tabula rasa. Dove Saytour accumula pieghe e cicatrici di fuoco (Brulages), Manzoni risponde con l’assenza cromatica degli Achrome e la purezza concettuale delle Linee. Entrambi ci costringono a una percezione che precede lo sguardo: l’opera deve essere sentita come presenza fisica prima di essere interpretata come immagine.
L’allestimento a Palazzo Vendramin Grimani reagisce perfettamente a questi nuovi ospiti: le stoffe abbandonate al sole, i drappi della serie Plié/Déplié, interagiscono con i marmi, gli stucchi e le prospettive sul Canal Grande in un gioco di echi e contrasti. La materia effimera di Saytour sfida la permanenza della pietra veneziana e la piega si fa qui metafora del tempo che si deposita in strati sottili, custode di ombre e testimone di una resistenza fragile.
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