Carlo De Meo, Giocavo di notte sotto la pioggia d'inverno In un cielo di stelle infinite e cadenti, veduta della mostra, Rettorato dell'Università di Cassino
Nell’atrio del Rettorato dell’Università di Cassino, la consuetudine dello spazio istituzionale subisce un’interferenza generativa. A scardinare la grammatica del luogo è la mostra di Carlo De Meo Giocavo di notte sotto la pioggia d’inverno In un cielo di stelle infinite e cadenti, curata dal Professor Luca Palermo, docente di Storia dell’arte contemporanea, nell’ambito delle attività di UNIARCO, un’esposizione che innesca un processo di contaminazione concettuale che agisce per stratificazione e risonanza.
L’operazione di De Meo, nello specifico, non nasce mai da un vuoto di riferimenti. È, al contrario, intervento creativo su ciò che già esiste e persiste, volto a scardinarne l’interezza originaria per ricostruire nuovi circuiti. L’artista opera un deliberato “inquinamento” semantico, un’attitudine che affonda le radici in una sensibilità secondo cui l’originalità abdica in favore del piacere della rielaborazione. Ne deriva un’iconografia popolata da figure cave, in cui l’aspetto concettuale trasmuta in un’espressività narrativa che quasi disorienta lo spettatore tra due livelli sovrapposti di rappresentazione – quello preesistente e quello contaminante. La lettura dettagliata e, dunque, analitica, delle opere non risulta immediata: identificare le due trame e coglierne il senso significa accettare un disorientamento che obbliga a un rapporto intimo con l’immagine, attivandone una codifica estetico-percettiva.
In questo processo, la memoria visiva diventa motore generativo: De Meo non restituisce la letteralità dell’osservato, ma il residuo di ciò che ne ricorda. Ne scaturisce una figura ricorrente, un profilo quasi familiare che mima l’anatomia dell’artista senza mai scivolare nell’autobiografismo. Egli, infatti, approda alla pittura con un corpo fisico che invade la soglia e si mostra attraverso un “disordine organizzato”: i tappeti che scivolano verso il pavimento scardinano la separazione tra pittura e installazione, tra immagine e spazio, e rendono la tela un palcoscenico tattile, in virtù di un nomadismo che rifiuta la rigidità del supporto e mette in evidenza una libertà consapevole con cui l’artista abita lo spazio nella sua dimensione espansa.
Le sue figure, umane, ibride, sospese in “vuoti d’aria” metafisici, trasfigurano la realtà per mezzo di un’azione ironica, quasi dissacrante. Passato e presente convivono in un’eternità senza tempo, rivelando un gioco colto che si configura come atto sovversivo: un dispositivo concettuale volto a scardinare la logica razionale e generare un terzo senso, quasi surreale. Nelle riformulazioni anatomiche di De Meo, infatti, i singoli frammenti convergono in sintesi inedite che trasformano il dato sensibile in un sogno proteso, inevitabilmente, verso l’enigma.
In questo progetto binario, che trova eco in Backstage, nella Pinacoteca Comunale di Gaeta, ogni opera si presenta come un ordine disarticolato e ricostruito e sollecita un’attenzione al dettaglio che diventa, per lo spettatore attento, ossessione conoscitiva. L’artista invita a perdersi nel suo labirinto di segni, dimostrando che l’arte non è solo creazione del nuovo, ma capacità di rimescolare resti di mondi che abbiamo abitato, giocando, appunto, sotto una pioggia di stelle cadenti che sono, in fondo, memorie che ritornano.
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