Osman Yousefzada, When will we be good enough. Installation view, The Box, Plymouth
«Il potere non muore, si reinventa». Si apre così la toccante mostra dell’artista inglese Osman Yousefzada presso la chiesa di St. Luke’s, oggi parte del museo The Box a Plymouth. Una chiesa convertita in spazio museale che completa il grande lavoro di rigenerazione urbana del museo conclusosi nel 2020. When will we be good enough? – Quando saremo abbastanza bravi? – è la domanda che l’artista pone e per cui chiede a tutti apertamente una risposta. Abbastanza bravi per chi? Chi è il soggetto? Per andare a fondo, è necessario comprendere come la pratica interdisciplinare di Yousefzada intrecci questioni private con accadimenti della storia su scala maggiore.
Yousefzada nasce nel Regno Unito, a Birmingham, figlio di immigrati pakistani, testando in prima persona, sulla propria pelle, la marginalizzazione, le difficoltà dell’integrazione, e capisce lucidamente, interiorizzando molto presto, le enormi differenze tra il Nord e il Sud del mondo.
Differenze dovute a giochi di potere, ben evidenziati nella narrazione in mostra, dove nella navata centrale spicca l’opera The Flotilla (2024) – La Flottiglia – costituita da tre grandi barche in legno che trasportano prodotti originari del Sud del mondo, poi forzatamente esportati internazionalmente per interessi economici. Le barche sono colme di lattine di mango, piante autoctone, e una grande statua in gesso dipinto a forma di papavero. L’oppio, l’analgesico per eccellenza, esportato pesantemente in Cina agli inizi del XIX secolo.
Sebbene una volta le rotte schiavistiche e mercantili fossero solcate solamente negli oceani e nei mari, oggi, Yousefzada riporta l’attenzione sui nuovi sistemi di colonialismo e il loro passaggio via cavo. Accanto a The Flotilla, nella navata centrale, The Island (2024) – L’isola – esplora come oggi giorno siano le grandi industrie tech a tessere i fili – o, meglio dire, i cavi – dell’economia globale. L’evocativa installazione è composta da un tappeto turco fatto a mano, dai connotati fortemente tradizionali, che ricorda l’identità nazionale e la lavorazione manuale del tessile. È circondato da tre busti bianchi cangianti, in gesso, dei grandi colossi dell’industria digitale: Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. Come a circondare – e piano piano soffocare e sopprimere la dignità del lavoro, la bellezza dei colori e i localismi economici – i tre colossi, issati nella loro ieratica compostezza di bianchi busti romani, tengono il colorato tappeto turco come loro ostaggio, loro personale fonte di estrazione.
Yousefzada intreccia con sapiente maestria i due piani narrativi della mostra. Quello socio economico a grande scala, ed uno più personale e intimo, che traspare nella dolcezza delle poesie da lui scritte a mano su due pareti della chiesa, nei ricordi domestici dei gesti protettivi della madre, e nelle tele blu da lui cucite a conclusione della mostra.
Intitolata The Edge, l’ultima serie in mostra suggerisce che per sfuggire alla rete dei poteri forti del mondo sia necessario scegliere consapevolmente di posizionarsi ai margini, come gesto identitario e di resistenza. Una riflessione intrisa di dolcezza, evidente nelle raffigurazioni delle tessiture su fondo blu, che delineano sagome di uomini nell’atto semplice di esistere e occupare uno spazio. Figure ibride, queer, che sembrano vivere in una sospensione eterea, fugaci e sfocate, immerse nella semplicità dell’esistenza. Per queste tele, Yousefzada trae ispirazione dal ritiro sociale del Bloomsbury Group, in particolare da Vanessa Bell e Duncan Grant, il cui senso di comunità e fraternità diventò un modello di resistenza creativa nella prima metà del Novecento. Scriveva il filosofo indiano Vivekananda: «Siediti ai bordi dell’aurora, per te si leverà il sole. Siediti ai bordi della notte, per te scintilleranno le stelle».
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