ŠAsako Fujikura + Takahiro Ohmura, Installation view of the Japan Pavilion âIn-Betweenâ at the 19th International Architecture Exhibition â La Biennale di Venezia, Photo: houses inc., Courtesy: The Japan Foundation
Nella tradizione giapponese, il concetto di ma fa riferimento a unâintercapedine spazio-temporale: una tensione, una sorta di vuoto che non si può definire ne come entitĂ umana ne come ambiente esterno. In-Between, esposizione curata da Jun Aoki nel contesto della 19. Mostra Internazionale dâArchitettura â La Biennale di Venezia, cerca di dare voce proprio a questo concetto, partendo in primo luogo dallâarchitettura storica del padiglione giapponese.
Come spiega lo stesso Aoki: ÂŤSpesso percepiamo il nostro ambiente come qualcosa da manipolareâuna visione che potrebbe essere alla radice della crisi climatica. Sebbene lâavanzamento tecnologico sia essenziale, lâinnovazione da sola non può risolvere pienamente il problema, nĂŠ il rifiuto della tecnologia a favore di un ritorno alla natura rappresenta una soluzione praticabile. Ciò di cui abbiamo bisogno è una terza forma di âIntelligensââuna che eviti gli estremi del controllo e dellâimpotenza, e che rifiuti la visione binaria secondo cui lâambiente è o completamente controllabile o del tutto al di fuori della nostra influenza. La manipolazione implica una scissione tra soggetto e oggetto. Per mettere in discussione questa logica, partiamo da un esperimento mentale: immaginare un orizzonte in cui tali divisioni si dissolvonoÂť.
Mettere in pratica questo esperimento, per i due team con cui Aoki ha lavorato (Taichi Sunayama + Toshikatsu Kiuchi e Asako Fujikura + Takahiro Ohmura), ha significato trasformare i vari elementi compositivi del padiglione nei protagonisti di una drammaturgia futuristica. Il Foro, le Colonne del Muro, i Muri Esterni, la Terrazza di mattoni, la Pensilina, il Percorso ad anello e lâAlbero di tasso: tutte le icone dello spazio acquisiscono una voce ed entrano in dialogo con attori umani in due proiezioni presentate al piano superiore del padiglione.
Particolare importanza viene data alla Hole âil Foro: unâapertura nel centro del pavimento. Se, nei decenni, alcuni espositori hanno dato rilievo alla Hole, altre volte essa è stata ignorata o persino nascosta lasciando il personaggio-buca con la domanda: PerchĂŠ mi trovo qui? Âť. Ă, dunque, lâarchitettura stessa che prende parola, rivendicando unâesistenza indipendente dalla funzione, dal disegno, dalla mano che lâha progettata.
Attraverso questo colloquio, perciò, possiamo scoprire âo costruireâ un ma, uno spazio-tempo in cui umani e oggetti esistono in modo fluido e in costante dialogo, arrivando a riflettere sulla loro esistenza, il loro significato e il loro futuro.
Se queste proiezioni sono senza dubbio il punto focale dellâesposizione, un altro progetto presentato nel padiglione dimostra come si possano creare spazi fertili sul confine tra umano e artificiale. Il corrimano che accompagna il visitatore nel suo percorso, infatti, è stato ricoperto da binari in ceramica stampati in 3D e riempiti di terra. Essi ospitano piante quotidianamente curate dal personale: un ulteriore ma tra sapere umano e naturale.
In unâepoca in cui la distinzione tra umano, macchina e ambiente si fa sempre piĂš porosa âce lo ha insegnato, un poâ di tempo fa, anche Donna Harawayâ, in In-Between lâelemento muto â la buca nel pavimento, il corrimano verdeggiante, la colonnaâ diventa figura con una propria voce. E nel momento in cui le cose iniziano a parlare, il ruolo dellâumano cambia: da autore a interlocutore, da dominatore a coabitante.
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