La nuova identità visiva di GAMB, courtesy Migliore Servetto
C’è un momento, nelle città d’arte italiane, in cui il peso della storia rischia di trasformarsi in immobilità. Firenze conosce bene questo pericolo: essere continuamente contemplata come reliquia, più che vissuta come organismo vivo. È forse da questa tensione — tra sedimentazione e necessità di futuro — che nasce la nuova identità visiva di GAMB – Galleria dell’Accademia di Firenze e Musei del Bargello, affidata allo studio Migliore+Servetto e presentata nelle Cappelle Medicee, luogo dove il tempo rinascimentale sembra ancora vibrare nella pietra serena michelangiolesca.
Non si tratta semplicemente di un rebranding museale. La parola stessa, in questo caso, appare insufficiente. Quello immaginato da Migliore+Servetto è piuttosto un dispositivo narrativo: un segno che tenta di tradurre in forma grafica un’idea contemporanea di museo diffuso, urbano, policentrico. Un’identità che non coincide con un edificio ma con una geografia mentale.
GAMB riunisce infatti sette luoghi diversi — Galleria dell’Accademia, Bargello, Orsanmichele, Palazzo Davanzati, Casa Martelli, Cappelle Medicee ed ex Chiesa di San Procolo — trasformando Firenze stessa in una sorta di atlante percorribile della memoria artistica occidentale. Il pittogramma ideato dallo studio milanese assume allora un valore quasi cartografico: un nucleo da cui si dipartono traiettorie, connessioni, linee di attraversamento. Più che un logo, una mappa relazionale.
L’operazione è interessante soprattutto perché intercetta una trasformazione profonda del concetto di museo nel XXI secolo. Se il Novecento aveva consacrato il museo come tempio — luogo separato, silenzioso, verticale — oggi le istituzioni culturali più avanzate sembrano cercare modelli orizzontali, capaci di intrecciare esperienza, territorio e partecipazione. Non più il museo come contenitore ma come ecosistema.
In questo senso, il progetto di GAMB dialoga con una riflessione internazionale che da anni attraversa il dibattito museologico. Viene inevitabilmente in mente Édouard Glissant quando parlava della «Poetica della relazione»: identità non chiuse ma costruite attraverso connessioni, attraversamenti, contaminazioni. Anche qui l’identità nasce dal legame tra luoghi differenti, dalla loro tensione reciproca.
La scelta tipografica del carattere Divenire non è casuale. È un nome che sembra quasi dichiarare il manifesto teorico dell’intero progetto. Divenire: cioè trasformarsi senza perdere memoria. Le lettere squadrate e lievemente irregolari evocano superfici consumate, pietre attraversate dal tempo, ma allo stesso tempo possiedono una nettezza contemporanea che evita ogni nostalgia decorativa. È un equilibrio raro nel design culturale italiano, spesso oscillante tra monumentalismo e minimalismo anodino.
Anche la palette cromatica racconta una precisa idea curatoriale. Il blu cobalto della Galleria dell’Accademia e del Bargello richiama il prestigio minerale del lapislazzulo; il verde smeraldo di Palazzo Davanzati nasce dai pappagalli affrescati della celebre sala; il porpora di San Procolo allude alla liturgia e al sacro. Ogni colore funziona come frammento mnemonico, come condensazione simbolica di un luogo.
Ma il punto forse più interessante dell’intera operazione è che la nuova identità visiva non si limita a rappresentare il museo: prova a ridefinire il modo in cui il visitatore attraversa Firenze. Il museo non coincide più con la soglia di ingresso, si espande nello spazio urbano, trasforma il tragitto in esperienza culturale. Camminare da Orsanmichele al Bargello, dalle Cappelle Medicee a Palazzo Davanzati, diventa parte integrante della narrazione.
È una concezione quasi rinascimentale dello spazio civico. Non a caso Firenze è la città in cui arte, politica e urbanistica sono state storicamente inseparabili. Leon Battista Alberti scriveva che la città è “una grande casa” e la casa “una piccola città”. GAMB sembra recuperare proprio questa continuità: il museo non come enclave ma come tessuto.
In parallelo, il progetto trova un contrappunto perfetto nell’apertura al pubblico del cantiere di restauro del basamento del Perseo di Benvenuto Cellini al Museo Nazionale del Bargello. Anche qui il gesto simbolico è forte: rendere visibile ciò che normalmente rimane nascosto. Mostrare non solo l’opera ma il lavoro della sua sopravvivenza.
Negli ultimi anni il restauro è uscito progressivamente dalla dimensione tecnica per assumere un ruolo culturale autonomo. Esporre il cantiere significa trasformare la conservazione in racconto pubblico, rendere percepibile la fragilità materiale del patrimonio. In un’epoca dominata dall’immagine perfetta e istantanea, vedere un capolavoro smontato, studiato, curato, restituisce all’arte la sua dimensione fisica e vulnerabile.
Il basamento del Perseo è esso stesso un’opera straordinaria, spesso oscurata dalla celebrità del bronzo celliniano. Un’architettura simbolica complessa, disseminata di allegorie medicee, figure mitologiche e riferimenti astrologici, concepita come manifesto politico del potere di Cosimo I. Le protomi di caprone rimandano al Capricorno del duca; le fiaccole e i mascheroni alludono al trionfo della verità sull’inganno; le figure femminili di Diana Efesia evocano fertilità e prosperità dinastica.
Aprire il restauro al pubblico significa allora anche restituire dignità visiva a ciò che per secoli è rimasto percepito come semplice supporto. È un gesto quasi warburghiano: riportare attenzione sui dettagli, sugli elementi marginali, sulle sopravvivenze simboliche.
C’è poi un altro aspetto che colpisce. Tanto la nuova identità di GAMB quanto il cantiere live del Perseo sembrano fondarsi sulla stessa idea di trasparenza culturale. Entrambi i progetti rifiutano l’istituzione museale come spazio opaco e autoritario. Entrambi scelgono invece la condivisione del processo: la costruzione di un’identità, il lavoro del restauro, la relazione tra opere e città.
In fondo, ciò che emerge è una nuova idea di patrimonio: non più semplice deposito del passato ma infrastruttura civile del presente. Ed è forse questo il significato più profondo dell’operazione.
In una Firenze spesso schiacciata tra turismo seriale e monumentalizzazione di se stessa, GAMB tenta di ricostruire una grammatica contemporanea della memoria. Non attraverso effetti spettacolari o tecnologie invasive ma tramite un lavoro sottile di connessioni, percorsi, segni.
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