Chiharu Shiota, "Sleepilng is like Death", 2019. Courtesy the artist & Galerie Templon e Gino De Dominicis, “Untitled", 1985. Courtesy Collezione Jacorossi, Roma
“The Dark Side – Chi ha paura del buio?” è il titolo della mostra che inaugura il museo Musja. Lo spazio di sperimentazione multidisciplinare, già attivo da un anno, diventa ora museo privato. Interamente dedicato all’arte contemporanea, il museo trae linfa dalla collezione Ovidio Jacorossi, l’imprenditore-collezionista fondatore di una raccolta composta da circa 2.500 opere, scomparso pochi giorni fa a Roma. Attraverso un secolo, dal 1900 al 2000, la collezione che si è sviluppata intorno all’idea della centralità della Persona ora si rivolge alle persone, e apre alla collettività .
A cura di Danilo Eccher, “The Dark Side – Chi ha paura del buio?” è parte di un progetto triennale che include tre momenti espositivi dedicati alla “Paura del Buio”, “Paura della Solitudine”, “Paura del Tempo”. Il primo appuntamento, dedicato alla paura del buio, vede protagonisti 13 artisti internazionali con installazioni site-specific: Christian Boltanski, Monica Bonvicini, James Lee Byars, Monster Chetwynd, Gino de Dominicis, Gianni Dessì, Flavio Favelli, Sheela Gowda, Robert Longo, Hermann Nitsch, Tony Oursler, Chiharu Shiota, Gregor Schneider.
Non solo opere site-specific, ma anche provenienti da gallerie, istituzioni e dalla collezione Jacorossi. Le opere concorrono alla riflessione sul tema della paura, mettendo il visitatore alla prova rispetto alle ambientazioni e alle esperienze del percorso. Di cosa abbiamo paura?
Si comincia percorrendo un corridoio buio, fatto di memorie incenerite. Cornici e quadri non più identificabili si succedono ai lati del corridoio, opera site-specific di Gregor Schneider, mentre al suo termine si intravedono grosse maschere, opera di Monster Chetwynd, poste a presidio di una porta. Ingresso o uscita? Non consente risposta neanche Flavio Favelli, con i suoi lampadari di cristallo in continuo fermento: le luci si accendono e si spengono. La croce di Robert Longo prelude alla discesa nello spazio allestito da Hermann Nitsch, dove altari invitano alla consacrazione di sovrastanti reliquie, quelle del suo Origien Mysterien Theater. La dimensione spirituale prosegue con Gianni Dessì nell’inganno prospettico della sua Camera Scura.
Immagini e ricordi sono attraversati da efemerotteri in corsa avventata: luce e ombra si stagliano su svolazzanti sudari nell’opera di Christian Boltanski, Les Éphémères. Il percorso verso la Sala Pompeo è scandito dall’opera di Sheela Gowda, una linea che è una traccia nera, fatta di capelli intrecciati e annodati, indica un percorso travagliato, incerto, che nasconde insidie. Si approda così a volti intrappolati – opera di Tony Oursler – che esprimono inquietudini sgrammaticate; schiacciati e castigati conducono alle cinture e alle fibbie che caratterizzano le opere di Monica Bonvicini, mentre si intravedono le intelaiature che guidano verso Sleeping is like death di Chiharu Shiota, dove i sogni sono intrappolati da soffocanti ragnatele sulle quali veglia l’inquietante Senza Titolo di Gino de Dominicis.
Lungo il percorso, troverete assenza, vuoto: è quanto incute The Chair of Transformation, il sedile di XVII secolo – installazione di James Lee Byars – che rimanda alla storia e alla tradizione, eppure la scena è dominata dall’assenza. A tal proposito, dov’è finita la collezione Jacorossi?
Veronica Cimmino
Mostra visitata il 7 ottobre 2019
Dal 9 ottobre 2019 al 1° marzo 2020
Museo Musja
Via dei Chiavari, 7
00185 Roma
Info: info@musja.it; www.musja.it
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