Categorie: Musei

Tour tra le sale del Nuovo Museo Nazionale di Oslo

La collezione del XIX secolo del Nuovo museo Nazionale di Oslo offre una scelta di immagini mozzafiato degli incantevoli paesaggi norvegesi, ed é senza dubbio la più curata ed amata dal suo pubblico. Sono opere che indicano la centralità dell’identità nazionale del museo inserendola al cnetro del progetto di riscrittura di una nazione in rottura con il suo passato. Ciò che sorprende il pubblico non autoctono é il faraonico nuovo assetto del museo arrivato con 2 anni di ritardo (e tra mille polemiche) è la misura in cui una certa retorica rimane ancora vera. Resterebbe da discutere é se davvero il nuovo museo fosse necessario con i suoi 13mila metri quadrati di superficie espositiva, 650 milioni di dollari spesi. Certo segna anche lo zenith del rinnovamento culturale-istituzionale del paese, ingenerato dallo sfruttamento degli enormi giacimenti petroliferi nel Mare del Nord, una ricchezza che ha alimentato lo straordinario slancio del paese dagli anni ’90. Visto dal di fuori, mentre le politiche di sostenibilità del pianeta abbracciano l’uscita dai combustibili fossili, viene da chiedersi cosa pensa un norvegese del concetto di gesto architettonico smisurato, che si traduce in inutili silhouettes più grandi del loro contenuto.

Opera House, Oslo

Il tutto é cominciato con l’iconica Opera house di Snøhetta nel 2008 per arrivare al nuovo Munch museum, solo citare alcune delle nuove spettacolari costruzioni approdate sullo skyline della città negli ultimi anni e conosciute anche all’estero.
Quello che salta all’occhio nel nuovissimo edificio è letteralmente il suo conservatorismo, all’interno ed all’esterno con uno sforzo museografico per salvare la possibile Storia della nazione.
Il museo comincia con maniacali successioni di stanze simil-neoclassiche, situandosi da qualche parte tra un museo blockbuster dei secoli scorsi con dettagli smisurati punteggiati da porte di legno con maniglie in ottone, scale monumentali, ma niente a che vedere con gli edifici delle archistar da Abu Dhabi a Bilbao che sono stati costruiti negli anni ’90 e 2000 e nei quali sarebbe difficile trovare un angolo a novanta gradi.

Edward Munch, al Nuovo Museo Nazionale di Oslo

Pavimenti in legno pregiato, servizi igienici in marmo ed una scenografia realizzata su misura in Italia. Grande attenzione all’infanzia che dota moltissime sale d’esposizione di giochi per impegnare i bambini in attività ludiche e non increspare la calma dei visitatori. Il Museo Nazionale, progettato da Kleihues + Schuwerk, raggruppa quattro istituzioni: la Galleria Nazionale, il Museo di Architettura, il Museo delle Arti Decorative e del Design e il Museo d’Arte Contemporanea.

Sala 31, Nuovo Museo Nazionale di Oslo

Ma a cosa serviranno 86 gallerie riempite con qualche statua egizia o calchi in gesso di copie greco-romane ottocenteschi, quando é difficile trovarne uno di veramente iconico? Oppure i display di ceramiche nordiche e vasi cinesi che fingono un’idea di museo di arte decorativa. Si, ci sono gli abiti della regina o il bric a brac di mobilio di design nordico al suo massimo qui come sul mercato del vintage, però allestito come fosse un museo della scienza e della tecnica. L’impressionante fila di stanze d’epoca ha perso l’appeal del vecchio museo.
Intanto si cominciano a pubblicizzare le mostre temporanee che si sperano di successo per una spettacolare hall che troneggia sull’edificio, già soprannominata la Sala della Luce.
Dopo il marmo di Carrara accecante dell’Opera, questa doveva essere in alabastro ma il nuovo materiale più economico andrà bene ugualmente. Grazie al cielo é tornata la raccolta di Edward Munch più bella della città. La straordinaria collezione di opere dell’artista conservate in questa istituzione fa impallidire il nuovissimo Munch museum che si é praticamente costruito intorno al peep show dell’Urlo. Il quadro feticcio della città a dieci minuti di distanza ha qui un gemello, una versione a mio avviso più bella ed é sempre visibile in compagnia di un’altra decina di suoi capolavori.

Theodor Kittelsen, Forest Troll, presumably 1906
Photo: Nasjonalmuseet / Jacques Lathion

Apprezzabilissmo lo sforzo fatto per includere artisti indigeni Sami nel canone museale, ammesso ne abbiano davvero bisogno (tutti hanno capito la loro forza dirompente alla recente Biennale). Peccato sia leggibile solo nel tentativo maldestro di recupero con un’opera monumentale nel foyer. E in una temporanea sul tetto panoramico. Imprescindibile lo spazio alle artiste donne, la Norvegia ha incredibili pittrici del tardo realismo come Oda Krogh o Harriet Backer che finalmente ha trovato una stanza tutta sua. I problemi cominciano quando si approda all’arte contemporanea, l’asso piglia tutto nella disperata ricerca di accaparrarsi il nuovo pubblico dell’arte, ossessione della direttrice Karin Hindsbo. Le lacune nella collezione ordinata temporalmente e non proprio di alto profilo, avevano bisogno di un puntello. Con The Pillars letteralmente i sostegni sono iperpresenti perfino nell’allestimento di una orrenda sala, per fortuna zeppa di imprescindibili artisti internazionali e con il prestito controverso della famiglia Frederiksen. Il problema é stato aggirato e risolto con quella che sembrerebbe una barzelletta sulla socialdemocrazia nordica. Il capostipite della famiglia, John Frederiksen, è un norvegese che ha ottenuto la cittadinanza cipriota aggirando il sistema fiscale nel 2006. Ha poi ricevuto l’Ordine dell’amicizia russo da Vladmir Putin nel 2015. Un passo falso dopo l’altro mentre in tutto il mondo i musei si dissociano da investimenti dubbi, in un paese nel quale il denaro pubblico non sembrerebbe un problema per finanziare operazioni artistiche é bizzarro che si sia trovata una collaborazione di questo tipo. Collezione ora mozzafiato, e di fatto legittima la scarsa visibilità della arte contemporanea nordica con i lavori di Eva Hesse, Helen Frankenthaler, Georgia O’Keefe, Alice Neel, Agnes Martin, Cecily Brown, Simone Leigh, Lynette Yiadom-Boakye per fare alcuni nomi.

Tapio Wirkkala, Soinne et Kni, «Leaf Tray», 1951–1954 © Milwaukee Art Museum, by John R. Glembin

C’é un lavoro di Michelangelo Pistoletto che troneggia come una profezia nel cuore del museo. Nel 1991 l’artista italiano trasformò in oggetti specchianti ed in meno il mobilio ottocentesco del vecchio museo d’arte. Ne seguirono polemiche per il costo del riciclo ma tutto suona oggi come una nemesi. In Norvegia, dove il concettualismo non ha mai avuto una forte presa per presentarne i pochi o dimenticati concettualisti locali come nuovi personaggi, ora li si innesta artificialmente su una vecchia storia. Le istituzioni norvegesi non avevano, fino ad ora, la metratura per raccontarla. Guardando all’intera operazione con un occhio al futuro tutto é terribilmente datato, un’altra occasione sprecata. Si sarebbe potuta trovare una risposta diversa a cosa significhi oggi un Museo Nazionale.
In modo sicuramente più emozionante lo hanno fatto in tanti paesi togliendo però l’accento sull’aggettivo nazionale. Successe perfino qui ma oramai più di cento anni fa in un museo che é stato abbandonato.

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