| Anni Venti: Valori Plastici, Novecento, secondo Futurismo, gli artisti dei consensi

di - 19 Settembre 1999

Il “ritorno all’ordine” interessò i maggiori artisti europei e in Italia trovò ampi consensi. Pittori, scultori, critici e storici dell’arte italiani si sentirono i legittimi continuatori di quella grande esperienza e la rivista romana Valori Plastici (1918-1922), l’esposizione della Primaverile Fiorentina del 1922 e le mostre del gruppo Novecento a Milano (1926; 1929) ne furono la maggiore manifestazione insieme ai saggi su Piero della Francesca di Roberto Longhi (1914; 1921), su Giotto di Carlo Carrà e su Il gusto dei primitivi di Lionello Venturi (1926). Per dirla con le parole di Margherita Sarfatti, che curò l’attività critica di Novecento, gli artisti italiani furono i “rivoluzionari della moderna restaurazione”, un principio che divenne quello della cultura ufficiale.
Molti furono coloro che fecero proprie queste idee. Fra questi i pittori Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Pompeo Borra, Filippo de Pisis, Gino Severini, Massimo Campigli, Antonio Donghi, Virgilio Guidi, Giorgio Morandi, Piero Marussig, Ottone Rosai, Mario Sironi e gli scultori Arturo Martini, Evaristo Boncinelli e Marino Marini, maestri le cui opere, grazie alla donazione della Raccolta Alberto della Ragione, sono presenti nella Raccolta d’Arte Italiana del Novecento di Firenze (sale I-X).
Felice Casorati (sala III), dopo la prima esperienza modernista e metafisica, propose una rilettura della pittura quattrocentesca. I nitidi contorni e i volumi compatti furono coniugati con lo spazio geometrico e sintetico di Cézanne e del Cubismo, ottenendo uno stile nuovo e insieme legato alla tradizione. Oltre a Ragazza in azzurro (1933), Nudo giallo (1945) e le nature morte, testimoni della ricerca matura, c’è Il Meriggio (1922). Nell’opera, uno studio per la figura centrale del quadro del Museo Civico Revoltella di Trieste, si compie il mistero della figura calata in un’atmosfera realistica eppure impossibile per l’assoluta immobilità, sintomo dei malesseri che maturavano all’epoca.
Seguono le icongrue nature morte di de Pisis (sale II e XVIII), come Funghi sul mare (1931), gli interni con figure de L’attesa (1919) di Rosai (sala III), gli attoniti ritratti di Guidi (sala VII), le nature morte di Morandi (sala IX) e i paesaggi di Carrà (sala IX).
Di Sironi (sala VIII) si ammirano dieci dipinti, fra cui Donna pensosa (1928), Paesaggio dolomitico (1931) e Composizione col combattente. Essi si distinguono per la presenza plastica delle forme esaltate dalla semplificazione dei volumi e dall’essenzialità dei colori bruni e bianchi, a dimostrazione di una ricerca che voleva essere sintetica e monumentale, senza rinunciare alla forte espressività.
Vicina all’opera di Sironi fu la scultura di Arturo Martini (sale V, VIII, X). L’artista, pure informato sulle opere recenti di Rodin, Bourdelle e Brancusi, privilegiò la scultura trecentesca italiana, risalendo fino a quella etrusca. Lo documentano la giovane sdraiata de La pisana (1929-1930 ca.), la testa ieratica de La cinese (1932), il bronzetto de La chimera (1934), l’immobile figura di Apparizione (1936). La ricerca sulla tradizione plastica italiana e sulle diverse tecniche interessò anche Marino Marini (sale I, VIII, X), del quale Alberto della Ragione ebbe piccoli bronzi come Giovane pugile (1934), terrecotte, ritratti in cera modellata e scolpiti in pietra (Ritratto di America Vitali, 1937).
Il successo del ritorno all’ordine non impedì nuove ricerche. Nel momento in cui Novecento si adeguava alla propaganda di regime e mentre nascevano gruppi avversi al classicismo, si ricostituì con più giovani artisti il Futurismo (sala XII). Pittura, scultura, arti applicate si valsero di nuove iconografie e di una disinibita ricerca tecnica stimolata dalle più attuali ricerche scientifiche. Ancora Alberto della Ragione colse l’innovazione di quella ricerca, collezionando quadri di Fortunato Depero, le aeropitture di Fillia e i paesaggi biologici di Enrico Prampolini.

Paola Cammeo

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