Categorie: Musica

decibel_interviste | Musica di un Certo Livello

di - 3 Luglio 2008
Quando si parla di officina sonora bolognese, si sa, gli elogi a priori sono tanti almeno quanti sono i pregiudizi. Oltre, infatti, a essersi meritato l’appellativo di “città della musica” (a tutti i livelli), il capoluogo emiliano, soprattutto quando si tratta di ricerca, soffre nel venir tacciato di “alternativismo” e presunzione. Caso vuole allora che una piccola casa discografica intenda sfatare di colpo tale mitologia, fregiandosi di un nome volutamente spocchioso (e italianissimo), e armandosi di una bella dose di caustica ironia a danno di chi la protervia la pratica attivamente a suon di records o international. Per i particolari lasciamo la parola a Matteo Antoniotti, direttore nonché fondatore di MCL.

A cosa si deve il nome Musica di un Certo Livello? Niente a che vedere con la famosa rivista, quasi omonima, diretta (solo nella finzione televisiva) qualche anno fa da un Fabio De Luigi in splendida forma comica?
Il nome Musica di un certo livello deriva dal continuo utilizzo di questa espressione, declinata nelle varie forme (concerti / gente / dischi / film di un certo livello), che ho sentito ripetere per migliaia di volte da una persona di Bologna, che non vedo più da anni. Quando decisi di far uscire la prima compilation, ho preso a prestito questa formula. Questo perché le etichette hanno di solito nomi roboanti oppure vengono seguiti dall’immancabile “records”. Io volevo un nome italiano e che fosse vagamente supponente.

Per quali motivi si diventa produttori di musica? Per insoddisfazione? Per caso?
Io non ho mai suonato, se non in periodo adolescenziale. Produrre dischi per me è una specie di aspirazione aristocratica, anche se materialmente è più economico e più semplice di un po’ di anni fa. Cacciare dei soldi da cui difficilmente ne otterrai di più, per il gusto di vedere realizzata un’opera o un prodotto che credi che meriti lo sforzo, per cercare (un po’ ingenuamente) di imporre i propri gusti. Purtroppo di norma chi “investe” nella musica lo fa esclusivamente su se stesso e al massimo (ma con molta fatica) sugli amici.

C’è un rapporto tra musica ed estetica a livello della produzione?
È un rapporto di forze. Se sei un musicista sconosciuto disposto a tutto pur di stampare, accetterai anche che mettano una cacca di cane in copertina. Viceversa, se un’etichetta piccola ha la fortuna di poter stampare un disco di sicura resa commerciale o con un nome prestigioso, lo accontenta in tutto e per tutto. Io ho sempre lasciato mano libera ai gruppi per quanto riguarda la grafica. Ma l’eclettismo che la rivoluzione informatica ha portato ha aumentato anche la volontà “totalitaria” dei musicisti che, quindi, spesso si spingono a voler “firmare” di tutto: disegni, colonne sonore di film immaginari, accessori per il bagno, qualsiasi cosa.

Quali sono i criteri con cui si sceglie di produrre musica in Italia ai giorni nostri?
Per quanto mi riguarda, ho iniziato dopo aver conosciuto alcune band che avevo intervistato. Per i Vri-il, sentii il loro disco e pensai che fosse un peccato che non venisse diffuso. Macelleria mobile di mezzanotte fu coprodotto per spirito collaborativo con le altre due etichette romane, Butcher’s house e Cold current. Per Sparkle in grey / Maurizio Bianchi ho deciso all’ultimo di partecipare come coproduttore, sempre assieme a Cold current, dato che avevo sempre seguito Bianchi (non assiduamente, perché è impossibile) e data la qualità effettiva dell’album Nefelodhis. Ma soprattutto Post Contemporary Corporation, gruppo che supporto totalmente, nonostante i boicottaggi e la malafede che hanno dovuto sopportare da una folta schiera di personaggi. Questo perché sono veramente un gruppo incredibile, che bisogna ascoltare. Il leader, Zekkini, è anche un noto artista visivo e le sue opere sono ora presenti nelle collezioni di enti qualificati e di privati lungimiranti. Poi, ovviamente, ci sono molti altri gruppi interessanti in Italia che spero di promuovere, ma MCL è una piccola etichetta con una capacità limitata di produzione.

Bologna è ancora la città della musica? Che rapporto c’è con il territorio?

Su falso mito di Bologna città della musica so che stanno scrivendo un libro. Io non credo che sia una città con una particolare tradizione musicale… Non più di altre. Ha dato da intendere che lo fosse. Questo perché alcune persone in passato sono riuscite a far concentrare l’attenzione su un’ipotetica scena “bolognese”. Qui ha sempre giocato il fatto che c’è una consistente popolazione “giovanile”, ci sono molti locali (ma ci sono sempre quelli che si lamentano per la mancanza di “spazi”) e chiunque suoni in qualche modo deve avere a che fare con Bologna.

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MCL

a cura di claudio musso

decibel – musica elettronica è un progetto a cura di alessandro massobrio

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