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Fino al 9.X.2014 | Runo Lagomarsino, Ears go deeper than eyes can see | Galleria Umberto Di Marino, Napoli

di - 14 Settembre 2014
È vero che le percezioni operano in modo sinergico. L’esperienza del mondo è un gioco di squadra tra i cinque sensi e, come in un team, a essere caratterizzante è proprio il divario tra punti di forza e lati deboli. La vista è un senso selettivo, ha la capacità di focalizzare la concentrazione oppure di relegare in secondo piano, dimentica alcuni particolari e ne acuisce altri, si dispiega su una superficie continua ed eterogenea, tra segni e forme. Invece, l’udito traduce l’emissione vocale, che è il primo passo della conoscenza intuitiva, il suono sfugge a ogni tentativo di controllo e può essere percepito anche in assenza della fonte, addirittura nel vuoto.

Dunque, Runo Lagomarsino (Lund, 1977) ha scelto un punto di partenza fenomenologicamente schierato, inequivocabile già dal nome della personale alla Galleria Umberto Di Marino, “Ears go deeper than eyes can see”, liberamente traducibile con “le orecchie vanno più profondità della vista”. Una presa di posizione netta, inevitabile per considerare l’oggetto estetico non come immagine finita ma tramite aperto per la conoscenza storica. L’intento, infatti, è scavare oltre la superficie della narrazione ufficiale degli eventi e, in particolare, nella ferita scoperta del colonialismo.
Per dirla alla Dufrenne, l’occhio è emblema della pretesa egemonica di condizionare la comprensione dei fenomeni, mentre l’orecchio è ipostasi di quella tensione al sapere, originaria e disinteressata, che supera la dicotomia tra soggetto e oggetto. ‹‹Lavoro sul punto di equilibrio tra i concetti e i materiali››, ci ha detto Lagomarsino, nato in Svezia ma con chiare discendenze italiane e, precisamente, genovesi.
La mostra si apre con un sottile tavolo di legno sul quale sono disposti piccoli gusci di ceramica, trovati dall’artista sulle spiagge delle Mauritius, un Paese che ha raggiunto l’indipendenza nel 1968, dopo secoli di dominio olandese, francese e inglese. Simili, per forma e grandezza, a conchiglie, questi oggetti sono labili tracce della grandeur coloniale. Il mare, di cui i cocci sembrano conservare l’eco, non è più mezzo di comunicazione ma strumento di dominio. Sullo stesso tema ritornano i Sun drawing blu, fogli di carta esposti al sole e immersi nel Mediterraneo, testimonianza silenziosa delle storie naufragate tra i flutti. Racconti perduti ma che ci riguardano e la corona turrita, simbolo di Napoli, riprodotta sui muri e tra i fogli di carta, porta la riflessione sul passato e sul presente, dalle dominazioni dei bizantini e dei Borbone, agli scottanti temi dell’immigrazione. Sulle pretese identitarie del punto di vista, sulla parzialità della storiografia, si incentra anche For the ghosts and the raving poets, una lampadina che rimarrà accesa solo durante le ore di chiusura della galleria, visibile solo in assenza di chi vede.
Sono tutti segni minimi che, proprio per la riduzione delle forme e per la semplicità linguistica, non si presentano come oggetti di una lettura dispotica ma sollecitano l’attenzione non visiva. Un sentimento percettivo coerente che, attraverso l’opera d’arte, può liberarsi da quel preconcetto di superiorità, legittimo solo in virtù di un punto di vista parziale e acritico, condizionato dall’illogica tirannia del potere.
Mario Francesco Simeone
mostra visitata l’11 giugno 2014
dall’11 giugno 2014 al 9 ottobre 2014
Runo Lagomarsino – Ears go deeper than eyes can see
Galleria Umberto Di Marino
Via Alabardieri 1, 80121, Napoli
Orario: lunedì – sabato ore 15.00 / 20.00 – mattina su appuntamento.

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