Categorie: opera

Caspar David Friedrich | Il mare di ghiaccio

di - 3 Dicembre 2002

Il mare di ghiaccio è un dipinto la cui composizione si situa tra il 1823 ed il 1824, oggi custodito presso il museo Kunsthalle di Amburgo. Esso, rappresentando la poppa di una nave semi-sommersa tra i ghiacci, s’ispira alla fallita spedizione al Polo Nord della nave Hecla e della Griper di Sir William Parry. Di tale evento storico, collocabile tra il 1819-20, si occuparono giornali dell’epoca e pittori paesaggisti contemporanei. Ma non è il fatto di cronaca ad interessare Friedrich, più intenzionato, bensì, ad approfondirne la simbologia religiosa. Il sottotitolo dell’opera “Naufragio della Speranza” tradisce, infatti, la rappresentazione di quella che si pone, a tutti gli effetti, come una parabola religiosa. Il Polo nord, luogo inteso come succedersi di cicli vitali sempre uguali, come ossessiva reiterazione di giorni, stagioni, anni e secoli, diventa metafora dell’eternità di Dio. La ripetizione come annullamento temporale e spaziale. Il tentativo umano di penetrarne il mistero, quindi, è destinato a fallire.
Il tema della navigazione, proveniente da un’antichissima tradizione allegorica risalente alla lontana cultura egizia, è immagine prediletta del viaggio umano attraverso le avversità della vita e dell’estrema peregrinazione dell’anima nell’aldilà. Tale motivo, trasposto poi in quello del naufragio, diviene incarnazione della fragilità dell’uomo in balia degli elementi. Ed è in proprio in questo ambito semantico che si situa Il mare di ghiaccio. Friedrich è pittore particolarmente sensibile alla rappresentazione dei velieri, i quali, però, non vengono mai dipinti nella furia di tempeste e marosi, nella lotta contro il gigante marino, come invece fa il contemporaneo Turner in Battello Negriero o Géricault in La zattera della Medusa. Egli, bensì, ritrae barche ormeggiate, già scampate al naufragio, oppure scheletri di navi imprigionate tra i ghiacci, fasci di legname alla deriva di aguzze scogliere.
Il basso orizzonte proprio delle tele paesistiche di Friedrich lascia, in questo quadro, il posto ad una impressionante struttura piramidale la cui base è costituita da lastre di ghiaccio, come scalini diroccati di un’antica chiesa, e la cui cuspide è rappresentata, invece, dalla punta acuminata di un’altra scheggia dell’iceberg, lacerante la parte superiore della tela, l’aria intessuta di gelido vapore. La tecnica pittorica arriva ad un altissimo grado di perfezione, inseguendo il vero sin nel minimo particolare. Molteplici sono i piani visivi del dipinto: le frecce di ghiaccio che si innalzano monumentalmente e la direzione diagonale di tali ammassi, insieme ai frammenti di nave che si scorgono nella parte destra della tela, determinano una sorta di inquietante movimento a spirale intorno alle rovine centrali dell’iceberg. Esse paiono fagocitare, nel loro ambizioso tendere al cielo, il resto del paesaggio. Il fondale d’un azzurro doloroso non rinfrancò certamente l’animo dei visitatori della mostra del 1824 presso l’Accademia di Praga (occasione nella quale il dipinto fu, per la prima volta, esposto) più impressionati, piuttosto, dalla visione del veliero privo di sopravvissuti, sezionato in frammenti di tela e in rami d’abete, schiacciati, a loro volta, da quelle gelide lastre tombali. Domina la sensazione angosciante di un luogo senza scampo, di un silenzio mortuario, di un gelo eterno di sepolcro. Annientamento. Arresto. Muta
disperazione. Il dipinto, come accennato, non fu gradito dal pubblico e dai critici che gli contestarono una supposta mancanza di realismo. Eppure Friedrich, per la riproduzione dell’iceberg, si era servito di alcuni studi ad olio realizzati nell’inverno 1820-21, sull’Elba, ghiacciatasi per la temperatura particolarmente bassa.
La solitudine del soggetto viene ricercata da Friedrich per anelare all’annullamento dello scarto presente tra l’Ideale, dipinto suggestivamente nella memoria dei luoghi visitati, ed il mondo reale, costituito dalle sue tele, dalle rappresentazioni pittoriche e, soprattutto, dalla traduzione pratica di un sacro quid così puramente rarefatto da risultare, di primo acchito, ineffabile, indefinibile.
Biografia.Caspar David Friedrich nacque il 5 settembre 1774 in una piccola cittadina del regno di Svezia, Greifswald. Sesto di dieci figli di un saponaio e ceraiolo di Neubrandenburg, egli dovette in tenera età affrontare diversi traumi, tra cui la morte della madre. Allevato dal padre, rigidamente votato al protestantesimo, Friedrich sarà profondamente influenzato dagli scritti religiosi del teologo Ludwig Kosegarten nella concezione universale e nel suo rapporto privilegiato con la natura. Nel 1794 il giovane pittore si iscrisse all’accademia di Copenhagen, seguita poi nel 1798 dagli studi presso l’università di Dresda. Il suo stile si avvia verso quella minuzia di particolari e quella religiosità panteistica che permeeranno sempre le sue tele. “Fedele al vero sin nel minimo particolare, i suoi paesaggi hanno una religiosità malinconica e misteriosa. Colpiscono l’animo più dell’occhio […]” così scriveva di lui Schopenhauer. “Devo concedermi totalmente a ciò che mi circonda, unirmi alle mie nuvole e alle rocce, per riuscire a essere quello che sono. La natura mi serve per comunicare con la natura e con Dio” scriverà Friedrich durante il suo viaggio nell’isola di Rugen, luogo che, insieme alle montagne del Riesengebirge, ricorrerà spesso nella sua produzione. Il matrimonio nel 1818 con la giovane Caroline Bommer e la profonda amicizia con il pittore J. C. C. Dahl, non riusciranno però a conservare quel po’ di speranza insinuatasi nell’animo malinconico di Friedrich che, con il passar degli anni, si ripiegherà sempre più in se stesso, fino a sfociare nel 1824 in gravi disturbi psicofisici. Nel 1839 rimase paralizzato in seguito ad un secondo attacco apoplettico, fatale per il suo lavoro. Morì un anno dopo.
Bibliografia essenziale
ArtBook Leonardo testo a cura di Raffaella Russo
Giunti ArtDossier di Eva Di Stefano
Rizzoli Editore, L’opera completa di Friedrich a cura di Helmut Borsch-Supan, Milano 1976
Caspar David Friedrich di R.Tassi , Milano 1966

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