Categorie: Personaggi

Alfredo Accatino racconta la Cerimonia Paralimpica all’Arena di Verona

di - 14 Marzo 2026

La Cerimonia di Apertura Paralimpica, realizzata da Filmmaster lo scorso 6 marzo all’Arena di Verona, ha dato grande spazio all’arte contemporanea con i contributi di Jago, di Emilio Isgrò e di Marina Apollonio.

In ambito musicale sono stati invece protagonisti Stewart Copeland, leggendario batterista dei Police e compositore capace di ispirare generazioni, e i Meduza, celebre trio di producer simbolo della house italiana nel mondo e tra gli artisti più ascoltati a livello globale.

L’evento ha segnato un momento storico: per la prima volta una cerimonia paralimpica si è svolta in un sito Patrimonio Mondiale UNESCO Il titolo scelto, Life in Motion, è stato un omaggio alla vita intesa come cambiamento e trasformazione, ispirato al linguaggio dell’arte e alla sua capacità di interpretare la realtà contemporanea in continua evoluzione. Un approccio che propone una nuova visione della disabilità, fondata su un’inedita armonia tra persona e ambiente. A margine della cerimonia abbiamo intervistato Alfredo Accatino, uno dei più noti e premiati creativi italiani, direttore artistico cerimonie e presidente di Filmmaster.

Marina Apollonio

Life in Motion è il titolo scelto per la Cerimonia di Apertura all’Arena di Verona. In che modo il concetto di “movimento” si è tradotto in un racconto per diventare un messaggio universale?

«Beauty in Action che era il titolo della Cerimonia di Chiusura Olimpica e Life in Motion sono due declinazioni diverse di un’unica idea: il movimento come forma di identità. Ogni cerimonia “racconta”, e lo fa attraverso un percorso. Un filo narrativo che parla di italianità, ma anche di valori condivisi che unisce le due cerimonie. Tutto nel segno del dinamismo, del movimento, dell’evoluzione. I concept delle due cerimonie sviluppati insieme al direttore creativo Adriano Martella raccontano che, come italiani, la nostra forza sono le tradizioni, le nostre radici, ma anche la capacità di saper evolvere. E il “movimento” paralimpico cambia le percezioni dove arriva, per non tornare più indietro».

La Cerimonia ha poggiato su tre pilastri: Arte, Danza e Musica. Come sono stati scelti artisti così eterogenei — da Emilio Isgrò a Marina Apollonio, dai Meduza a Stewart Copeland — per costruire una colonna sonora e visiva coerente?

«Abbiamo lavorato per differenze, con artisti come Jago e Isgrò (quasi cinquanta anni di differenza), Copeland, fondatore dei Police – 73 anni – che dialoga con la giovanissima campionessa mondiale di batteria Helly Montin. Ognuno espressione di una diversa visione creativa. Vorrei ricordare anche come nella chiusura olimpica, ad esempio, abbiamo coinvolto Quayola e un fotografo come Marco Delogu. Mi piace la contaminazione. Nelle Olimpiadi di Torino 2006 facemmo danzare Bolle con l’Uomo che cammina di Boccioni, sdoganando il futurismo, con la musica elettronica di Richie Hatwin».

Emilio Isgrò, ph Luisa Porta

Nel comunicato stampa è stato scritto che lo sport è la forza capace di aprire “possibilità inedite”. Come si riesce a trasformare la performance atletica in un’espressione di libertà e resilienza agli occhi del mondo?

«Vi dico solo una cosa: andate a vedere una gara paralimpica. Voi già lo sapete che un’immagine vale più di mille parole».

Nei suoi volumi dedica spazio a chi ha operato fuori dai canoni ufficiali. Se dovesse scegliere un artista “outsider” del passato per descrivere l’energia di Life in Motion, chi sceglierebbe e perché?

«Yamashita (ne ho parlato in Sparks) considerato il “Van Gogh del Giappone”. Fiero del suo quoziente di intelligenza di 68. Indossava sempre una maglietta senza maniche, guadagnandosi il soprannome de “il generale nudo”. Ha viaggiato tutta la vita, dormiva dove poteva, mangiava con chi lo ospitava, disegnava ciò che vedeva, e possedendo quella che si chiama la “memoria eidetica”, riusciva a ricreare l’intera scena a memoria, avvicinandosi la sua patologia all’autismo. Il mondo paralimpico dimostra cosa significhi eccellenza al di là del canone. Nella collana Outsiders che da 10 anni porto avanti con Giunti (a maggio uscirà il nuovo volume) racconto le voci perfette e dissonanti, proprio come avviene spesso nello sport».

Alfredo Accatino, Outsiders, copertina

Da esperto di comunicazione con i piedi anche nelle arti visive, come interpreta l’assenza di artisti italiani dalla prossima Biennale Arte?

«Io sono favorevole a scuotete ogni tanto l’albero. A cambiare le prospettive, anche perché è il mondo a essere cambiato. Con il progetto Outsiders ho cercato l’arte in Paesi troppo a lungo dimenticati (dall’Armenia al Ghana) per raccontare un’altra visione del mondo. Se poi diventasse abitudine, sarei però tra i primi a scendere tra le calli veneziane a parlare d’Italia».

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