Categorie: Personaggi

Che bello il museo fatto da me!

di - 13 Giugno 2015
In questi giorni La Collezione Pinault di Venezia ha iniziato l’ambizioso progetto di avvicinare gli adolescenti ai musei, alla scoperta dell’arte del presente in maniera attiva e non didattica, ma creativa e sperimentale attraverso l’uso dei linguaggi digitali e la collaborazione con le scuole secondarie. Si è così concretizzato il progetto www.teens.palazzograssi.it, nato nel 2014 e presentato come best practice di audience development  a Ginevra, in occasione di MuseumNext, la prestigiosa conferenza europea sul futuro dei musei. Ce lo racconta Marina Rotondo, responsabile dei servizi educativi a Palazzo Grassi- Punta della Dogana.
Come nasce il sito www.teens.palazzograssi.it?
«Nasce dal lavoro che da due anni a questa parte i servizi educativi della Pinault Collection svolgono sul pubblico degli adolescenti, cioè i ragazzi dagli 11 ai 19 anni. Circa due, tre anni fa abbiamo constatato come la profilazione del pubblico dei nostri musei evidenziasse numeri molto bassi di visitatori adolescenti, fatta eccezione per i gruppi scolastici. Del resto, al di là dei percorsi visita e atelier destinati alle scuole, i nostri programmi educativi – come quelli degli altri musei italiani – non prevedevano nessuna proposta specifica per quella fascia d’età. Con il programma Palazzo Grassi Teens abbiamo voluto costruire una proposta di questo tipo. Agli adolescenti apparentemente non interessa granché quello che dicono gli adulti: genitori, insegnanti, guide museali ecc. Quello che conta è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione con loro».
Quindi?
«Abbiamo pensato di mettere a punto una strategia di coinvolgimento che alle loro esigenze di condivisione tra pari e connessione continua unisse la nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone. Nella progettazione ci siamo proposti di testare l’efficacia della comunicazione peer-to-peer nell’ambito dell’educazione museale: i contenuti dello stesso progetto sono scelti, discussi e mediati da teenagers, che si rivolgono – quasi senza intermediazione di adulti – direttamente ai loro pari. Nella prima fase del progetto  – 2013-14 – abbiamo proposto ai ragazzi di realizzare i contenuti di una App, chiamata “Detto tra noi”, dedicata alla mostra “Prima Materia”, all’epoca presentata a Punta della Dogana. Nella seconda fase – 2014-15 – con lo stesso metodo di lavoro abbiamo deciso di costruire un sito web che, staccandosi dalle nostre esposizioni temporanee, si focalizzasse sugli artisti della Pinault Collection a Venezia. I tre social media (Facebook, Twitter e Instagram) servono a comunicare con i principali destinatari del sito: i ragazzi coinvolti come autori e gli utenti. Il programma Palazzo Grassi Teens è il primo progetto digitale che abbiamo sviluppato finora».
Come si configura questo nuovo sito e quali sono gli obiettivi ?
«Il sito teens.palazzograssi.it è indipendente dalle esposizioni temporanee e si presenta come una specie di content library della Pinault Collection a Venezia. I contenuti sono consultabili tramite queries per artista o per tema, anche se i Tag sono di quattro diversi tipi: Artista, Opera, Tema e Detto tra noi. I Tag “Detto tra noi” sono video o fotogallery con cui i ragazzi interpretano le singole opere e di cui hanno curato ogni aspetto (soggetto originale, musica, recitazione, montaggio ecc.). Al momento sono presenti sul sito 39 artisti che hanno partecipato alle mostre Prima Materia (2013-15) e L’illusione della luce (2014-15). Nei prossimi anni è prevista l’integrazione di molti altri artisti delle mostre precedenti. Ma il sito è uno strumento utile (e divertente) per scoprire qualcosa sull’arte contemporanea in generale, ovunque essa sia. Il nostro obiettivo più immediato è molto semplice e misurabile: aumentare il numero di adolescenti che frequentano il museo».
E sul lungo periodo, qual è l’obiettivo?
«Il progetto ha evidenti ricadute anche a livello di comunicazione e reputazione della Pinault Collection come realtà aperta e attenta ai suoi visitatori, luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione. Poi, alzando l’asticella dell’ambizione, sul lungo periodo l’obiettivo è quello di costruire un pubblico nuovo e per farlo ci sembra necessario trasformare la percezione dei musei (non solo i nostri) da parte degli adolescenti. I ragazzi che si affezionano a un’istituzione, alle sue opere e ai suoi artisti ne diventeranno in futuro potenziali sostenitori. Gli adolescenti che imparano ad amare l’arte contemporanea oggi saranno i suoi più grandi appassionati domani».
Come sono state selezionate le dieci classi e i 220 ragazzi coinvolti, di scuole secondarie diverse, per lo più venete ?
«Il progetto Palazzo Grassi Teens fa parte dell’offerta educativa proposta a tutte le scuole all’inizio dell’anno scolastico. Abbiamo stabilito un numero di classi che saremmo stati in grado di seguire (il lavoro è durato circa quattro mesi, con moltissimi incontri tra lo staff del museo e i ragazzi, in parte a scuola e in gran parte al museo in orario extrascolastico) e abbiamo raccolto le adesioni da parte degli insegnanti. A quel punto abbiamo lavorato con le classi che ci sono sembrate più motivate».
In quanto tempo è stato realizzato il progetto e quali modalità operative sono state scelte ?
«Il piano di lavoro quest’anno si è articolato lungo quattro mesi. Per ciascuna classe, seguita da un membro dello staff del museo, il progetto si apre con una visita alla mostra. Dopo aver esplorato da soli il museo, i ragazzi scelgono gli artisti su cui lavorare. Osserviamo insieme le opere e ne discutiamo, ponendoci reciprocamente domande, ascoltandoci a vicenda. Non c’è trasmissione verticale di informazioni e non è richiesta ai ragazzi nessuna preparazione pregressa. Degli artisti, delle opere in mostra, sono i ragazzi a decidere cosa dire e come dirlo: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, creano delle connessioni tra l’arte e la vita, parlano di Duchamp e di Stephen King, di Tupac Shakur e di David Hammons, di Shakespeare e di Gilbert & George, di Arte Povera, Sessantotto, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano a ciò che conoscono, che studiano a scuola, ascoltano e guardano sul web. Nei mesi successivi i ragazzi lavorano fanno ricerche e discussioni in classe e a casa, guidati dagli insegnanti. Ci incontriamo più volte con loro al museo per vagliare le idee, considerare le proposte, organizzare il lavoro. A questo punto si realizzano i contenuti stabiliti insieme (testi, video, ricerche iconografiche, musica ecc.). Facciamo riprese e registrazioni al museo, in classe, anche all’aria aperta. I ragazzi vengono al museo fuori dall’orario scolastico, senza gli insegnanti. C’è poi una fase finale di editing, montaggio e uploading, svolto da noi».
Il bilancio finora, o è presto per farlo?
«Lavorando sulle opere i ragazzi imparano a guardare, a porsi delle domande su ciò che ci circonda, a capire il tempo e il luogo in cui viviamo, a sviluppare un senso critico che permette di prendere delle decisioni personali. E l’arte contemporanea, fotografia del presente e anticipazione del futuro, è il formidabile motore di questo processo educativo. Il progetto, inoltre, permette di annullare le differenze tra gli studenti, perché davanti all’arte contemporanea ogni reazione ha lo stesso valore, ogni punto di vista ha pari dignità. Non si fanno errori, non si prendono brutti voti, si può essere sé stessi, accettati per quello che si è, addirittura gratificati».

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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