Categorie: Personaggi

“Cuba. Tatuare la storia”. Parla Giacomo Zaza

di - 5 Luglio 2016
Un titolo evocativo “Cuba. Tatuare la storia” per una mostra, a cura di Giacomo Zaza e Diego Sileo che vuole offrire una panoramica sull’arte cubana dalla fine degli anni Settanta a oggi. Un forte richiamo al corpo che caratterizza tutta l’arte cubana – impossibile non pensare subito all’opera di Ana Mendieta e al peso che essa ha avuto sulle generazioni successive – ma anche alla forte componente performativa che ritroviamo in tantissimi artisti. Tatuare la storia significa tracciare un segno, permanente, indelebile, su un corpo che tuttavia cambia, si trasforma, proprio come la storia. Una storia che rende Cuba un luogo unico, dove uno sbiadito sogno americano si fonde con l’utopia socialista e l’isolamento economico le conferisce un aspetto fuori dal tempo eppure affascinante. La mostra presenta una vasta selezione di opere, alcune di esse appositamente realizzate per il PAC, e si estenderà anche al MUDEC, il Museo delle culture di Milano, dal 5 luglio al 12 settembre.

Oggi apre al pubblico, al Pac, la mostra “Cuba. Tatuare la storia” curata da te e da Diego Sileo. Puoi spiegarci cosa significa “tatuare la storia”?
«Il titolo che abbiamo scelto per la mostra è ispirato all’idea di corpo come archivio delle esperienze umane. La mostra, partendo dalla tradizione fortemente performativa dell’arte cubana, afferma l’idea di corpo come elemento attivo e legato a una radice primitiva e mitologico-rituale. Alla base di “Tatuare la storia” c’è sicuramente l’idea di archivio, ma inteso come storia, narrazione, epidermide sulla quale, come un tatuaggio, sono impresse le esperienze. Il progetto nasce da ricerche e studi da me compiuti, ed è stato poi definito, ampliato e messo a punto con Diego Sileo, curatore del PAC. Punto di partenza era quindi l’idea dell’arte cubana come membrana sulla quale si imprimono gli eventi, ma anche luogo delle condizioni e dei cambiamenti che hanno interessato questo Paese e il fare arte. Abbiamo insomma inteso l’arte come una pelle sulla quale elaborare e tracciare, in maniera indelebile, la storia».

Quali artisti vedremo in mostra? Artisti già affermati o emergenti?
«Ci sono trentuno artisti di diverse generazioni attivi dalla fine degli anni Settanta in poi. L’analisi parte dall’esperienza di Ana Mendieta, che ha ispirato la generazione di artisti attivi negli anni Novanta e Duemila, in particolare coloro i quali si sono serviti del linguaggio della performance. Ogni artista al PAC racconterà la tappa di un viaggio verso l’isola, con i suoi splendori e le sue difficoltà, per documentare e mostrare l’arte a Cuba. In Europa sono state poche le mostre che hanno presentato artisti cubani, e quelle che ci sono state hanno sempre avuto un taglio storico – come per esempio quella che si è tenuta alla Kunsthalle Wien; questa mostra vuole invece creare spazi di riflessione e aggiungere un tassello in più rispetto alle mostre precedenti. Non ci saranno gerarchie, ma tutti gli artisti – quelli established e quelli emergenti – avranno lo stesso spazio, e tutti offriranno uno sguardo sulle ricerche artistiche cubane degli ultimi anni».
Nel 2015 sei stato uno dei curatori del Padiglione cubano della Biennale di Venezia. Questa mostra rappresenta una sorta di continuità con l’esperienza veneziana?
«Potrei dire che questa mostra rappresenta una tappa successiva del Padiglione Cuba della Biennale 2015. In mostra ci sono alcuni artisti che avevamo già visto a Venezia in occasione della 56ma Biennale – come Luis Gómez Armenteros, Susana Pilar Delahante Matienzo, Grethell Rasúa – ma a differenza del Padiglione Cuba, dove gli artisti cubani erano in dialogo con artisti di altre nazionalità, offrendo un orizzonte più ampio, qui vedremo solo ed esclusivamente arte cubana. La necessità di presentare l’arte cubana del resto ha la sua origine nella Biennale dell’Avana, che nasce proprio con l’intento di riflettere su questo territorio – e sul Terzo Mondo – puntando l’attenzione sui suoi caratteri di apertura e interscambio, nonché sulla sfera politica e sociale. L’arte cubana è pervasa da un senso di precarietà e al contempo di ironia e questo si percepisce nel lavoro di tanti artisti. La mostra apre un dialogo sulla performance che avrà seguito, non si esaurirà con questa esperienza. Grazie a Diego Sileo inoltre siamo riusciti ad avere opere storiche e importanti, come quella di Félix González-Torres».

Da dove nasce il tuo interesse per Cuba?
«Dall’incontro con Carlos Garaicoa, artista cubano che conobbi a Roma nel 2003 in occasione della sua mostra presso la Fondazione Volume! Da quel momento ho incominciato a interessarmi all’arte di questo Paese e a volerne sapere di più. Il suo progetto, che proponeva un dialogo metaforico tra cinema e architettura attraverso le immagini di vecchie sale cinematografiche dell’Avana, mi aveva molto colpito. Ho cominciato così a interessarmi anche ad altri artisti, e in particolare alla ricerca di Tania Bruguera».

Daniela Ambrosio

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