Categorie: Personaggi

In ricordo delle molte vite di Lisetta Carmi, musicista, fotografa, asceta

Dopo Letizia Battaglia, un’altra grande interprete della fotografia contemporanea ci ha lasciati. L’Italia intera piange la scomparsa di Lisetta Carmi (Genova, 1924), all’anagrafe Annalisa, scomparsa la notte tra il 4 e il 5 luglio, all’età di 98 anni, a Cisternino, in Puglia, piccola cittadina della Valle d’Itria, nella quale ha scelto di vivere fin dal 1971 e alla quale, nel 2020, ha donato 30 scatti e 900 volumi della sua biblioteca (materiale prezioso da ospitarsi in una sala a lei dedicata nel settecentesco Palazzo Lagravinese) ricevendo in cambio la cittadinanza onoraria.

Musicista, fotografa, asceta, Lisetta Carmi ha vissuto una vita intensa, tanto complessa da sembrare più di una (“Le cinque vite di Lisetta” s’intitola il volume di Giovanna Calvenzi edito nel 2013 da Bruno Mondadori). L’infanzia, la persecuzione nazista perché ebrea, il successo con la musica, la passione per fotografia, la fede induista e l’Ashram Bhole Baba in Valle d’Itria, sono gli accadimenti salienti della sua esistenza, i poli attorno ai quali essa si è svolta, con un comune denominatore: la volontà di capire se stessa e gli altri. L’uomo e il profondo rispetto per la sua unicità costituiscono il fil rouge che le ha unite tutte.

Si è imposta nelle arti visive per le sue fotografie, sempre incisive, attraverso cui ha indagato luoghi e ambiti della vita eterogenei. Dal 1960 alla fine degli anni Settanta ha fotografato ininterrottamente affermandosi come ricercata fotoreporter. Il reportage di denuncia era per lei l’unico modo di condurre la pratica fotografica. L’ultimo evento spartiacque tra le sue molte vite è stata la conoscenza nel 1974 del guru indiano Babaji Herakhan Baba, in seguito alla quale ha deciso di abbandonare progressivamente l’obiettivo per dedicarsi alla diffusione degli insegnamenti del maestro, votati «Alla trasformazione delle persone e alla purificazione della loro mente».

Le sono bastati meno di quattro anni per meditare il suo ennesimo cambio di vita, avvenuto precisamente nel 1979, quando, a Cisternino, ha fondato l’Ashram per il karma yoga, seguendo le indicazioni del guru che nella terra pugliese aveva individuato un’area sacra per la meditazione e la rigenerazione.

L’attività di fotografa ha coinvolto Lisetta per 19 anni, un lasso di tempo breve nella sua lunga vita eppure sufficiente a fare di lei una delle più sensibili interpreti del suo tempo. Neanche un ventennio, durante il quale l’artista ha tratto dalla realtà internazionale scatti impegnati, schierandosi sempre dalla parte della giustizia e dell’intelligenza. Una fotografia la sua mai edulcorata, votata alla presa diretta di figure e avvenimenti, dei quali ha cercato sempre di cogliere la profonda umanità, la storia di fatica, solitudine, emarginazione ma anche di felicità. Emblematiche risultano a tal proposito le parole di Umberto Eco pronunciate a commento dei ritratti di Ezra Pound: «Quelle immagini scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria».

Lisetta Carmi, Voci allegre nel buio, Fotografie in Sardegna

Da autodidatta, in fotografia, ha scelto di raccontare chi soffre e chi lotta, di «Dar voce a chi voce non ne ha». «Per me la fotografia – ha dichiarato – non è tanto un mezzo di espressione, quanto piuttosto un mezzo di comprensione e comunicazione. Penso che essa possa aiutarci a capire gli altri e i loro problemi».

Iconici sono i suoi travestiti, ritratti a Genova a partire dal 1965. Lisetta è stata tra i primi ad affrontare con sguardo nitido la questione di genere, e lo ha fatto in un momento in cui di certo non era né facile né scontato farlo. Con lei Fabrizio De André (memorabile la sua Prinçesa in “Anime Salve” del 1966) e pochi altri. Tema scottante, finanche offensivo per il perbenismo dominante (ieri e oggi), su cui era meglio tacere. Il lavoro prosegue per sette anni fino alla pubblicazione del libro “I Travestiti”, divenuto poi un documento fondamentale nella storia della fotografia italiana. Oggi è un vero e proprio cult, una rarità per bibliofili e intenditori, all’epoca della sua uscita fu ritirato dalle librerie perché ritenuto scandaloso.

Lucida testimone del suo tempo, l’indagine visiva di Lisetta ha guardato ai margini, sociali e geografici. Per lei la marginalità era anche autenticità, un sistema al di fuori del sistema e per questo generatore di un’estetica propria. Bellezza autentica è quella che trapela dalle sue foto: è cruda bellezza quella della nascita di una nuova vita nella fotografia del parto al Gaslini; è bellezza eroica quella dei camalli, i lavoratori del porto di Genova, al tempo stesso derelitti e dignitosi, laboriosi come formiche ed eroici come divinità antiche; è la bellezza del ricordo e della condivisione quella che infondono le sculture del cimitero di Staglieno, fotografate da Lisetta per mettere a nudo una classe borghese conformista e ipocrita; è la bellezza del coraggio quella dei travestiti, di chi ha la forza di vivere una vita diversa, apertamente controcorrente, la stessa che ritroviamo nei suoi ritratti, da Carmelo Bene a Ezra Pound.

Lisetta Carmi, Ezra Pound, 1966, cm 30×40 © Lisetta Carmi, Martini & Ronchetti

“La bellezza della verità” non a caso è stato il titolo scelto per la sua prima antologica, allestita a Roma nel 2019, nel Museo di Trastevere, curata da Giovanni Battista Martini, titolare della galleria Martini & Ronchetti di Genova, che da circa un quinquennio tutela e valorizza il lavoro dell’artista. Un luogo tutt’altro che casuale, scelto per un duplice motivo: da un lato le origini ebraiche della fotografa (il rione è sede di comunità ebraica sin dall’antichità), dall’altro la veracità del contesto trasteverino, ritenuto il più “vero” tra i rioni del centro storico romano.

Quasi 200 scatti, molti dei quali inediti, hanno ripercorso la carriera fotografica di Lisetta, rivelandone lo sguardo attento e componendo un tracciato caleidoscopico di immagini ed emozioni, rigorosamente in bianco-nero. Proprio la vita umana, d’altronde, ha costituito la lente attraverso cui guardare al percorso capitolino, che non a caso esibiva agli antipodi la morte, nell’intramontabile classicità delle sculture cimiteriali di Staglieno, e la nascita, rappresentata dal parto, «Semplice, naturale, senza sangue», come ha più volte precisato l’artista, atto unico e irripetibile con cui ci si appropria della vita prima che questa possa segnarci e plasmarci.

Riscoperto nell’ultimo ventennio e oggetto in tempi recenti di importanti antologiche (dopo quella di Roma, quelle di Nuoro, Termoli, Lecce ed Ascoli Piceno), il suo lavoro è oggi ritenuto tra i più interessanti del secondo Novecento. La sua è fotografia impegnata, testimonianza tangibile di una donna anticonformista che ha dedicato tutta la vita al superamento degli stereotipi e delle comuni convinzioni, denunciando le ingiustizie del presente e scoprendo, al contempo, l’autenticità e lo splendore del genere umano.

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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