Era una persona arguta, tranchant, come si dice. Un vero guerriero della cultura. Un educatore fatto e finito.
Era capace di riconoscere a occhio nudo, tra venti versioni dello stesso quadretto (La Madonna dei garofani) di Raffaello -tutte false- quella che più si avvicinava all’originale (ipotetico). E si scagliava, muso duro e lancia in resta, contro le ipocrisie che dominano il mondo della storia dell’arte e del cosiddetto expertise: “i grandi conoisseurs -come Roberto Longhi, Bernard Berenson, Giovan Battista Cavalcaselle– non ci sono più: l’idea rigorosa di quel mestiere (l’attribuzione) non esiste più, è morta o quasi. La morte di Federico Zeri è stata una grossa perdita, perché egli era l’ultimo di questa specie. In tal modo, divengono accettabili gli scempi dei restauri recenti, come quelli di Piero della Francesca ad Arezzo”. [1]
Beck credeva praticamente solo nel monitoraggio scientifico dell’opera d’arte, e in qualche pulitura occasionale, molto occasionale, ma mai troppo approfondita. Per il resto, condannava in toto la pratica, ogni pratica, del restauro (“Gli umanisti credono alla scienza perché non ne capiscono niente. Questa non è più scienza, ma è un tratto dell’arroganza tipica del mondo storico-artistico. Egli altri –tutti ‘sicofanti’- hanno accettato senza discutere”). [2] Tale atteggiamento non gli ha certo guadagnato molti amici nel corso degli anni all’interno della famigerata torre d’avorio, ma la stima profonda e sincera di alcuni, grandi e piccini, questa sì.
Del resto, come non avere simpatia e rispetto per un vecchio signore dai capelli bianchi che, di colpo, s’inalbera e s’imbufalisce al solo sentir p
Eh sì, Beck era uno che prendeva a cuore ogni singolo argomento di cui si occupava, e per questo ci mancherà. Non se ne trovano più mica tanti di critici ed intellettuali così, dalle fortissime passioni ma dalle debolissime esigenze quotidiane. Il suo più grande piacere era venire in Italia, in Toscana, e parlare italiano. E lo parlava benissimo, altroché: molto meglio di tanti professoroni oriundi.
Infine il problema culturale, secondo questo grande storico dell’arte e conoscitore del Rinascimento, era più ampio rispetto alla disonestà intellettuale di questo o quel funzionario museale, arrivando a coinvolgere l’intera percezione contemporanea delle immagini, cioè “l’attuale, gravissima incapacità di vedere, che è alla base del disastro del restauro. Oggi tutti guardano la TV a colori, i film a colori, i segnali stradali a colori, il computer a colori, e non possono ovviamente più ‘vedere’ un quadro: ormai, con questo orientamento, è molto difficile vedere questi cambiamenti così piccoli, anche volendo. Tutto questo, in un’atmosfera storico-artistica in cui piacciono l’iconografia, il marxismo dell’arte, gli studi sul gender: tutto validissimo, ma prima occorre vedere, perché non puoi fare niente se prima non vedi”. [3]
christian caliandro
[1] Crimini e misfatti (del restauro). Intervista a James Beck (a cura di Christian Caliandro), “Exibart.onpaper”, a. III, n. 19, dicembre 2004-gennaio 2005, p. 18.
[2], [3] Ibidem.
[exibart]
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I materiali sono parte del mio pensiero.
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Le mie più sentite condoglianze. Carlotta
Conoscevo abbastanza bene Jimmy, per confermare che era un grande professionista e una persona davvero fuori dal comune.
Un abbraccio forte ovunque tu sia, maestro di anticonformismo e amico sincero dai tuoi amici delle api.
UN INDELEBILE RICORDO DI UN GRANDE UOMO CHE HA DEDICATO LA VITA ALLA TUTELA DELL'ARTE