Categorie: Personaggi

L’intervista/Arnaldo Pomodoro | Baj for ever!

di - 19 Settembre 2013
A Venezia, in occasione della  Biennale, una selezione di “Dame” di Enrico Baj, scomparso da dieci anni, è esposta nel “museo immaginato” di Cindy Sherman, una mostra inserita nel percorso del Palazzo Enciclopedico. A Milano, alla Fondazione  Marconi, è in corso un’altra esposizione di alcuni disegni inediti di Baj: 24 bozzetti realizzati su carta da riciclo e altre opere a conferma  della sua prolifera attività. La Fondazione Arnaldo Pomodoro, inaugurata nel mese di aprile di quest’anno, apre la stagione espositiva con  la mostra dal titolo “Enrico  Baj. Bambini, ultracorpi & altre storie”. Enrico Baj, quindi, sta conoscendo una seconda vita di popolarità e apprezzamenti. Il perché ce lo racconta Pomodoro, legato da profonda amicizia all’artista, che era un vero irriverente, protagonista del Movimento Nucleare e membro del Collegio dei patafisici, assieme agli amici Umberto Eco e Dario Fo con i quali condivideva l’ironia e la farsa intelligente. Ma noto anche per il suo impegno civile.  
È in corso quindi una “riscoperta” di Baj, ma nel concreto chi  ha  ideato  la mostra e curato la selezione delle opere esposte?
«La mostra è nata parlando con Roberta Cerini Baj: l’idea era di ricostruire il ruolo primario di Baj nel dibattito artistico degli anni Cinquanta e nell’avanguardia europea del dopoguerra. Roberta e Flaminio Gualdoni, curatore della rassegna e autore del saggio critico, hanno scelto le opere: un gruppo di lavori fondamentali di quel periodo e una serie di documenti rari e originali (manifesti, riviste, cataloghi, fotografie, lettere) che ci restituiscono il clima culturale proprio del tempo in cui Milano si era affermata come centro dell’avanguardia internazionale».
Con Enrico Baj lei ha condiviso amicizie, esperienze, mostre, insomma ha vissuto la  mitizzata Milano degli anni Cinquanta, Sessanta, quando era considerata una capitale dell’innovazione, intorno a Lucio Fontana e Piero Manzoni e altri protagonisti di quegli anni, ma come l’ha conosciuto e cosa  avete fatto insieme?
«Quando nei primi anni Cinquanta mi sono trasferito a Milano con mio fratello Giò, Baj divenne subito un amico, un interlocutore prezioso. Partecipare a molte delle sue iniziative è stato naturale: l’adesione al Movimento Nucleare (ricordo la mia presenza alla mostra del 1957 alla Galleria San Fedele), la collaborazione con la rivista “Il Gesto”, la firma del manifesto Contro lo stile…»
Ricorda qualche aneddoto in particolare che svela la natura ironica, dissacrante e polemica di Enrico Baj?
«Nel 1963, con Baj mi ritrovai alla Biennale di San Paolo. Ricordo il divertito imbarazzo di Argan riguardo le opere inviate da Baj che, con la sua consueta causticità, scelse, tra le altre cose, alcuni dei suoi “generali”. C’erano anche delle opere raffiguranti le non meno celebri “dame”, che rimasero in esposizione. I generali, invece, sparirono. Era una manifestazione della stessa forza polemica e dell’impegno civile che Enrico espresse poi con I funerali dell’Anarchico Pinelli».
Come  descriverebbe la poliedrica  personalità di Enrico Baj a un ragazzo di oggi, poco più  che ventenne, un “nativo digitale” per intenderci?
«Una curiosità senza limiti, una cultura profondissima, una grande inventività unita a una forte carica ironica. Legato alle avanguardie, al Surrealismo e al Dadaismo, era portatore delle idee della Patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie” di Alfred Jarry con il suo Ubu re. Il senso profondo della lezione di Baj consiste nel liberare il segno, capire e trasformare la materia nelle sue innumerevoli potenzialità, ma soprattutto non sentirsi vincolato alle correnti espressive, quando diventano mode culturali e avere la consapevolezza che tutto si deve sempre mettere in discussione».
Com’è cambiata  Milano rispetto alla  vostra  generazione, che negli anni  ha lasciato la  seconda guerra alle spalle e si è nutrita di ottimismo e di speranza nel futuro?
«Certamente Milano è molto cambiata: non è più la città eccitante e viva, dove si respirava un clima innovativo e internazionale, dove il dibattito culturale era all’ordine del giorno e molte gallerie promuovevano davvero l’avanguardia, storica e recente. Dove era presente senso di comunità, entusiasmo e una progettualità proiettata verso il futuro. Tutto è diventato difficile. Stiamo attraversando un periodo complesso di trasformazione generale del mondo che coinvolge anche l’intero sistema dell’arte, con continui capovolgimenti di senso e una frammentazione di linguaggi. Emerge una mancanza di certezze, una problematicità che mi auguro significhi, anziché perdita di dimensione, piuttosto vitalità della ricerca e nuovi processi di conoscenza».
Lo sa che lei è invidiato da molti ? Perché  nel mezzo di una crisi economica  senza precedenti, mentre  molte gallerie, associazioni, musei e altri luoghi espositivi chiudono per mancanza di fondi, lei non solo resiste alle “intemperie” finanziarie e politiche ma, chiusa la bella Fondazione in via Solari, nel mese di aprile di quest’anno ne ha inaugurata un’altra più piccola, situata nei pressi del suo Atelier  in via Vigevano, Porta  Genova, nel cuore  della  “vecchia”  Milano. Come  fa e chi  finanzia la sua attività culturale?
«L’attività della nuova sede di via Vigevano è agli inizi, ancora in fase di rodaggio. Ma ci siamo resi conto di quanto grande sia il bisogno di promuovere una conoscenza autentica dei fatti dell’arte, piuttosto che inseguire iniziative roboanti di poco contenuto. Raccogliere questa esigenza di documentazione, di approfondimento, di studio è uno degli obiettivi della Fondazione che spero possa continuare a operare in questa direzione. L’attività della Fondazione, sulla spinta del mio entusiasmo e dell’impegno costante di mia sorella Teresa, ora si regge totalmente sulle proprie disponibilità e sul contributo dei sostenitori».

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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