Categorie: Personaggi

L’intervista/ Cosimo Terlizzi

di - 19 Aprile 2018
È difficile definire la bellezza che promana da Dei, il nuovo film di Cosimo Terlizzi (Bitonto, 1973). Si è rapiti dalla soavità delle scene, dalla rappresentazione discreta dei sentimenti, dal fascino dei luoghi. Tutto piace e rapisce. Generato da una sublimazione dell’adolescenza dell’artista, tra rievocazioni di luoghi natii e propensioni personali, il film segna l’esordio di Terlizzi nel cinema di finzione, celebrandone una volta di più la straordinaria capacità visionaria. Artista transmediale, egli attraversa con disinvoltura varie forme espressive: filmografia, scultura, installazione, videoarte, fotografia. Le pratica tutte, non in contrapposizione ma in giustapposizione, sfumandone i contorni e rendendo impossibile comprendere dove finisca una e inizi l’altra. Dei è un film sulla vita, tra l’apollineo e il dionisiaco, in cui scenari onirici intervengono ad epurare una toccante realtà di periferia. Non una vera periferia, ma una zona di campagna prossima alla città, un sito sospeso tra dimensione rurale e urbana, quasi un non luogo. Martino, il protagonista di fattezze efebiche, è combattuto tra l’elevazione spirituale e l’attaccamento alla terra. Attorno a lui una contenuta pletora di personaggi e soprattutto alcuni elementi significanti. L’agnello, l’ulivo secolare, Andrej, né donna né uomo, sembrano le proiezioni del divino, essere superiori in cui il protagonista si imbatte e di cui – forse – non riesce a cogliere fino in fondo l’arcana bellezza. L’ulivo in particolare, sintesi materiale di aspettative, sogni, paure e memorie, è molto più di uno sfondo narrativo o scenografico, è presenza archetipica, emblema di un mondo antico che si estende, si protrae e si riverbera in quello moderno. Cosimo Terlizzi scava il sovrasensibile, rintraccia la bellezza in ogni antro e ce la restituisce in immagini da cui usciamo ispirati, certamente migliori. Il film, prodotto dalla Buona Onda di Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri, proiettato in anteprima a Milano lo scorso 10 febbraio, al Cinema Auditorium San Fedele, all’interno del Festival Aquerò Lo Spirito del Cinema, sarà presentato il prossimo 21 aprile al Bari International Film Festival. Per l’occasione abbiamo incontrato l’autore.
Dei, foto Matteo Leonetti
A breve sarà presentato il tuo nuovo film. Puoi raccontarcelo?
«È la storia di un cambiamento, di una rinuncia, forse momentanea, alla terra. Un ragazzo di campagna nel suo periodo di formazione sente la necessità di spostarsi verso la città. Attratto dal mondo dell’intelletto e in conflitto con il mondo rurale che lo ha cresciuto. Eppure di quel mondo è ricco il suo immaginario, ma qualcosa lo spinge ad allontanarsi per crescere nel mondo che per lui è degli Dei. Sull’attico all’ultimo piano di un palazzo in città proverà leggerezza, affascinato dal modo di vivere di un gruppo di ragazzi. Ma rimarrà in lui una profonda malinconia, che pian piano assumerà le sembianze di un albero di famiglia a cui scoprirà di essere molto legato».
Nella tua carriera di artista multimediale quali esperienze ritieni costituiscano degli snodi fondamentali?
«Durante la mia formazione bolognese, alla fine degli anni Novanta, sono entrato in contatto con le avanguardie del momento, in cui si sperimentavano tecnologie e umanità. Il contrasto tra la scena artistica e intellettuale bolognese (Luciano Nanni, Paolo Fabbri, Cinema Lumiere, Teatro Valdoca, Teatrino Clandestino, Link Project, ecc.) e la periferia del mio paese d’origine Bitonto (gli uliveti, gli orti, i camion e le fughe sulla Murgia o al mare), è stato determinante. Non sono mai stato un uomo di città. Frequentavo biblioteche e tir carichi di paglia. Raccoglievo olive e assistevo alle performance più significative del mondo dell’arte contemporanea. Pascolavo pecore e ballavo nei rave sui colli bolognesi. Una dicotomia che poi col tempo si è espressa artisticamente nell’utilizzo libero di diversi strumenti».
Cosimo Terlizzi, Dei
In Dei e in altri tuoi lavori parti da una riflessione sul tuo vissuto. Quanto di Cosimo c’è in Martino?
«Utilizzo me stesso come perno sperando di ottenere più autenticità possibile nel lavoro finale. La qualità di certe esperienze che ognuno di noi vive ha un tono speciale. Poco importa se si sta vivendo qualcosa che anche qualcun altro ha vissuto. La differenza la fa il punto di vista dal quale si osserva. Un punto di vista che ha un corpo, un mondo interiore tutto suo. Cerco di fidarmi del mio modo di vivere e guardare le cose. L’intento è di restituire al mondo un’opera che faccia proseguire un cammino interiore. Ho messo in Martino qualcosa di mio, ma è Martino – la maschera che ha indossato il giovane Luigi Catani – a vivere quei movimenti interiori. Come un “modello” Martino si è mosso nelle camere del mio immaginario».
In Dei continua ad essere forte la presenza della Natura, intesa come viatico per la catarsi, forma di avvicinamento al sovrasensibile. Ma quale significato riveste nel tuo lavoro questa centralità?
«Il mio percorso artistico è la traccia della mia ricerca esistenziale. Una ricerca che mi conduce ad aprire molteplici porte, tutte possibili. Gli approdi non sono solo teorici o filosofici ma sono anche pratici, vissuti. Realizzo l’utopia di certe intuizioni. Nel mio lavoro mi muovo sempre con la consapevolezza di essere parte di un unico corpo. Non è un sentimento religioso né ecologista. È piuttosto l’urgenza di curare un corpo preda di una disgrazia. Osservo il mio orto, la mia terra scura, piena di organismi. È preziosa. La prendo tra le mie mani e mi sembra magica per quanto sia apparentemente inerte. È la sostanza del corpo. E se per il pianeta l’umanità assieme alle altre creature sono la carne, la vegetazione è il manto morbido che la ricopre. L’universo intero è un organismo e sappiamo quanto ogni elemento sia determinante per la vita del tutto».
L’alterità, la memoria familiare e la ritualità del quotidiano sono alcuni dei temi del tuo lavoro. In Dei sono tutti visibili. Ma da cosa scaturisce la tua ricerca?
«Il nucleo familiare è quel microcosmo da cui parte la spinta di ognuno. Il rito è fondamentale, è parte delle nostre azioni e spesso non ce ne accorgiamo. C’è qualcosa che smuoviamo ogni volta che facciamo un passo. Possiamo essere quel muscolo che si muove all’interno della biodiversità, velenoso, sterile o sostanza fertile. Tutto dipende da noi».
Carmelo Cipriani

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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