Categorie: Personaggi

L’intervista/ Massimo Piersanti

di - 10 Luglio 2018
In occasione della mostra personale inaugurata martedì 26 giugno negli spazi della Fondazione Jacorossi all’interno della rassegna Quattro sguardi su Roma. Fotografi a confronto, Massimo Piersanti racconta la propria esperienza come fotografo d’arte a Roma dagli anni Sessanta in poi. Fotografo ufficiale di mostre del calibro di “Vitalità del Negativo” (1970) e “Contemporanea” (1973), curate da Achille Bonito Oliva, e degli “Incontri Internazionali d’Arte” a Palazzo Taverna, Piersanti è stato testimone di una stagione dorata e – forse – irripetibile per la storia dell’arte contemporanea in Italia. Lavorando fianco a fianco con esponenti dello “zoccolo duro” dell’arte povera e concettuale come Kounellis, Anselmo o De Dominicis, la sua carriera è stata costellata da profondi legami sia professionali che di amicizia con gli artisti e i protagonisti della scena artistica del tempo. Il ricordo di cosa significava, allora, scattare immagini d’autore è più che mai vivo; la riflessione si sposta poi sulle difficoltà odierne degli archivi e del mercato della fotografia in Italia.
Come è nata l’idea di questa mostra? Che tipo di fotografie vi si trovano esposte?
«La rassegna è curata da Barbara Drudi, responsabile dell’archivio di Milton Gendel, e Giulia Turino, curatrice dello spazio Musia a Roma. Nella mia mostra abbiamo scelto di esporre solo immagini scattate nella Capitale, che cercano di ricostruire un racconto cronologico delle grandi mostre a cui ho lavorato come fotografo ufficiale e degli artisti che ho incontrato nel mio percorso. L’unica eccezione è lo scatto di “Presenza Italiana” alla Septième Biennale de Paris del 1971, in cui però erano presenti tutti artisti che avrei rincontrato successivamente anche in Italia: Giuseppe Penone, Vettor Pisani, Gino De Dominicis…».
Massimo Piersanti, Ritratto di Alighiero Boetti, Roma, 1971
Sono tutti grandi nomi dell’arte povera e concettuale italiana degli anni Sessanta e Settanta. Com’era l’ambiente artistico romano a quel tempo?
«Io mi sono trasferito a Roma alla fine degli anni Sessanta e ho trovato un ambiente che si stava già formando con artisti del calibro di Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli. Nello stesso momento era arrivato in città anche Cy Twombly e circolavano numerosi artisti americani, come per esempio Willem De Kooning. Bruno Corà – oggi direttore della Fondazione Burri – lavorava alla Libreria Bocca in Piazza di Spagna che era di proprietà della famiglia Bompiani, quindi legata a Fabio Mauri. Fu lui che mi invitò a “Vitalità del Negativo”, dove poi conobbi Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi Buontempo, grande amica, collezionista e organizzatrice di mostre a Roma. Era sicuramente un ambiente di grande stimolo e fermento».
Un inizio notevole che si è presto trasformato in una carriera come fotografo ufficiale delle più importanti mostre della Capitale…
«Sì, posso dire di aver iniziato proprio con “Vitalità del Negativo” al Palazzo delle Esposizioni, che per l’epoca fu una novità assoluta perché era una mostra tutta legata all’arte italiana. Lì lavorai a fianco di Ugo Mulas, che morì l’anno dopo e mi cedette il posto come unico fotografo ufficiale alla successiva grande mostra di Bonito Oliva, “Contemporanea”. Negli stessi anni ho fotografato l’impacchettamento di Porta Pinciana di Christo e ho collaborato con gli Incontri Internazionali d’Arte a Palazzo Taverna fino alla fine degli anni Ottanta, dove incontrai fra i tanti Alighiero Boetti. Alla mostra negli spazi di Musia c’è proprio un suo ritratto, nonché fotografie scattate durante le grandi esposizioni degli anni Settanta, dove si vedono per esempio le opere di George Segal all’ingresso del Garage di Villa Borghese con le reti dell’allestimento di Piero Sartogo sullo sfondo.
Chi erano i colleghi romani in quegli anni? Ma soprattutto, cosa significava essere fotografo d’arte?
«A Roma lavorava molto Claudio Abate, che è stato il fotografo ufficiale di Jannis Kounellis prima di me. Poi c’era Mimmo Capone che seguiva la galleria d’avanguardia di Ugo Ferranti e ovviamente Elisabetta Catalano, che era più una ritrattista. Per noi era quasi un vivere a fianco degli artisti, dovevamo essere una presenza continua e spesso assistevamo a situazioni e performance effimere, di cui proprio i nostri scatti oggi sono l’unica testimonianza. Eravamo fotografi-autori. All’epoca tuttavia non si aveva una grande idea del valore di tutto questo, eseguivamo un lavoro che alla fine delle mostre consegnavamo in molteplici copie alle gallerie, senza spesso tenere i vintage originali».
Massimo Piersanti, Christo a Porta Pinciana, Roma, 1974
Perciò oggi si tratta di un patrimonio semi-disperso. Come si deve comportare chi possiede queste immagini in termini, per esempio, di copyright?
«Sì, ad oggi ci sono pochissimi archivi organizzati e la maggior parte delle fotografie, un po’ alla volta, finiscono ai mercatini perché vengono dismessi vecchi depositi: chi è fortunato, se le riconosce, le può trovare anche a due spicci. Per noi autori è un problema perché è un mercato impossibile da controllare e di conseguenza il nostro copyright viene spesso violato. Un po’ è stata anche colpa nostra, perché non ci siamo mai riuniti come fotografi sotto un’unica associazione… ognuno si è comportato come riteneva opportuno. Di fatto, comunque, oggi non si possono usare le nostre immagini senza richiederne l’autorizzazione».
Un ultimo commento sul mercato della fotografia d’autore in Italia.
«È un mercato ancora da costruire, se non per il collezionismo di nicchia, intellettuale, che è disposto a pagare l’immagine di un artista a cui si sente legato anche migliaia di euro. Inoltre, c’è il problema della dispersione dei vintage originali cui accennavo, perciò spesso vengono messe all’asta copie recenti che valgono molto meno. È difficilissimo vedere originali numerati e firmati dagli autori nel nostro paese. Io stesso ho dovuto allestire la mia mostra solo con ristampe che metto in vendita tra i 600 e i mille euro a seconda del formato. Le fotografie di Christo, per esempio, sono tra le più grandi come dimensioni e sono state stampate in edizione speciale per Musia con tiratura di tre».
Alice Bortolazzo

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