Categorie: Personaggi

L’intervista/Paolo Caredda | La grande bruttezza italiana

di - 3 Settembre 2014
Paolo Caredda è regista e scrittore, con un background di appartenenza al gruppo letterario dei “cannibali”(il fenomeno di metà degli anni ’90), autore del libro–catalogo Caredda ha raccolto e commentato cartoline degli anni 60 e 70, In Un’altra parte della città. L’età d’oro delle cartoline (ISBN Edizioni). Un catalogo di “anticittà”: edifici solitari e ammassati tra loro, quartieri e  paesaggi “pasoliniani”, falansteri di cemento di “Grande Bruttezza”, che all’epoca del boom economico sembravano bellissimi e rappresentavano il miracolo e poi la crisi dell’Italia post-moderna. Il perché di questa bizzarra raccolta ce lo racconta l’autore
Come le è venuta l’idea di collezionare cartoline vintage che testimoniano l’edilizia popolare?
«Credo che la prima scintilla sia scattata quando ho visto Marco Lavagetto, l’artista noto come “Lavage”, raccogliere in un albo tipo foto-matrimonio tutte le cartoline che raffiguravano paesaggi periferici. Un collage di cattivo cemento che mi ha accecato e illuminato insieme».
Quando ha iniziato a raccogliere le cartoline di paesaggi inconsueti di un’altra Italia, di luoghi decentrati, sorti come funghi intorno alle grandi città, nuovi quartieri popolari d’atmosfera “pasoliniana”?
«Qualche cartolina, tipo quella della copertina, aveva oscuramente richiamato la mia attenzione. Prendevano polvere nelle tabaccherie già 20 anni fa e senza farmi tante domande le compravo perché mi sembravano mostruosità con una storia da raccontare, antidoti contro l’orrore della normalità e della buona educazione».
Che tipo di commenti ha fatto ad ogni cartolina?
«Le ho guardate come un film. Il testo è una voce fuori campo. Qualche volta tallona da vicino quello che stiamo vedendo. Qualche volta parte per destinazioni sconosciute».
Nella sua carrellata di cartoline ingiallite dal tempo, di luoghi anonimi, prevalgono  i paesaggi liguri perché?
«Perché i negri hanno il ritmo nel sangue? Prevalgono i paesaggi di Genova, ma di una lunghezza solo su Milano e due su Torino, perché sono nato qua e il sangue e la terra contano ancora qualcosa perfino nell’era delle Power apps e di Google earth».
L’Autogrill Pavesi sospeso a ponte, una chicca dell’ingegneria e del design italiano, ha  segnato  l’Italia  da Nord a Sud. Testimonia un’Italia entusiasta del progresso nel pieno dello sviluppo economico e sociale. Secondo lei siamo ancora fiduciosi del futuro?
«Stiamo andando tutti all’inferno in un canestrino, dicono i Doppelgangaz. Non vedo tutta questa fiducia nel futuro, non vedo il futuro come concetto lavorabile, almeno per le nuove generazioni. Il futuro appartiene al passato, viviamo sull’ultima pagina di FB, ma perché essere pessimisti a tutti i costi? Le cose potrebbero anche cambiare nel giro di 200, 300 anni».
Ha pubblicato tutte le cartoline trovate oppure ha fatto una selezione. Se si  qual è stato il criterio di scelta?
«Ho lavorato come per un film, la percentuale di immagini montate rispetto al girato è di 1:11, all’incirca. Ho comprato 2mila euro di cartoline e poi ho scelto quelle che servivano la narrazione».
Pensa che nell’epoca dell’e-mail e del selfie, la cartolina abbia assunto un valore storico di testimonianza della modernità?
«Diciamo che abbiamo dimenticato il brivido per il passato prossimo. A differenza del vasellame zapoteco o etrusco, nessuno si cura di archiviare e documentare quello che è appena passato. Ci sono così tanti manufatti di 20, 30 anni fa che non hanno neppure raggiunto dignità di vintage e sono stati spazzati via dalla coscienza collettiva. Le insegne dei negozi di periferia, i depositi di fumetti usati, disegni invisibili che nessuno ha pensato di conservare».
Quali sono le sue cartoline preferite?
«Sono quelle che non sono riuscito a trovare e chissà se mai esistono: una cartolina di Via Tortosa a Genova, una di Viale Molise a Milano. Pagherei parecchio per questi aborti».
Scatti di quartieri periferici, falansteri di cemento, mercati rionali, perché si diffondono queste cartoline di un’Italia minore, nazional-popolare e per quali estimatori sono state realizzate?  
«Storicamente si diffondono perché nell’era del boom gli italiani erano orgogliosi del loro nuovo appartamento, volevano mostrarlo in giro. Forse potremmo annotare che la Società dello Spettacolo non aveva ancora affinato le sue oscure arti e lo sporco, l’imperfezione e il grottesco avevano ancora diritto di cittadinanza nel mondo dell’immagine.
Lei ha incontrato alcuni autori delle cartoline pubblicate, chi erano i più affermati?
«È stato molto difficile trovare notizie sugli artefici di un sottogenere che non ha mai interessato la critica o la cultura ufficiale. Quelli che finalmente ho trovato erano reticenti e non amavano che si tornasse su questa pagina nera. Ma il libro racconta meglio questa storia».
Non ha pensato di fare un corto metraggio o un video utilizzando le cartoline come ideale sfondo di storie surreali?
«Abbiamo girato un video a Tokyo e Marassi ed esiste un trailer. Un artista giapponese, Kyoichi Tsuzuki arriva a Genova e cerca di far luce sul fenomeno. I curiosi possono ammirarlo cliccando su www.condominiumfilm.com/filmITA.html»
Potendo rifare questo libro-raccolta, cosa cambierebbe?
«Mi piacerebbe un omnibus homoungous, qualcosa sulle tremila pagine che contenesse ogni singola cartolina, pesantissimo e babelico, ma stiamo parlando di una chimera. Per il resto sono sinceramente soddisfatto di come ISBN mi ha fiancheggiato».
A quale progetto sta lavorando?
«Un documentario per Sky Arte sul fumetto italiano. Banditi i professori(ni), i critici, i redattori, i giornalisti e anche gli autori. Solo lettori di ogni genere ed età che ricordano come una singola storia, da Geppo a un delirio della Grrrzetic Editrice, abbia cambiato anche minimamente la loro vita. Sarà in onda per Natale».

Jacqueline Ceresoli (1965) storica e critica dell’arte con specializzazione in Archeologia Industriale. Docente universitaria, curatrice di mostre indipendente.

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