Con la scomparsa di Beatriz González si chiude una traiettoria artistica che ha attraversato più di sei decenni di storia colombiana, mettendo costantemente alla prova i confini della pittura, del gusto e della rappresentazione politica. Pittrice refrattaria alle classificazioni, González ha costruito un’opera capace di oscillare tra ironia e tragedia, appropriazione e denuncia.
Nata nel 1932 nella città colombiana di Bucaramanga, González è cresciuta durante il periodo di guerra civile noto come La Violencia. Dopo un iniziale e irregolare percorso di studi, il suo primo vero riconoscimento arrivò nel 1965 con la serie Los suicidas del Sisga, basata su fotografie di stampa che ritraevano una giovane coppia morta suicida. Quelle immagini, volutamente sfocate e impoverite di dettaglio, inaugurarono un interesse duraturo per la circolazione mediatica delle immagini e per la loro trasformazione una volta trasferite sulla tela.
Negli anni Sessanta si è poi fatta conoscere per le sue riletture volutamente “stonate” di capolavori della storia dell’arte occidentale – da Raffaello a Leonardo – tradotti in una tavolozza antinaturalistica, spesso giudicata sgradevole o eccessiva. Negli anni Settanta, González spinse ulteriormente questa riflessione appropriandosi di composizioni celebri della pittura europea e inserendole in oggetti d’arredo – letti, armadi, vanità – mettendo in crisi le gerarchie tra arte “alta” e cultura domestica. Progetti come Diez metros de Renoir (1977), in cui una versione monumentale di Bal du moulin de la Galette veniva venduta al pubblico a metraggio, resero esplicita la dimensione economica e riproducibile dell’immagine artistica.
A partire dagli anni Ottanta, poi, il suo sguardo si è progressivamente spostato verso l’attualità politica e la violenza che segnavano la Colombia di quegli anni: senza mai abbandonare la pittura, González ha iniziato a lavorare su immagini tratte dalla stampa, trasformando fotografie di cronaca, figure presidenziali e scene di lutto collettivo in superfici pittoriche cariche di ambiguità. Opere come Interior Decoration (1981), incentrata sulla figura del presidente Julio César Turbay Ayala, segnarono un punto di svolta, attirando anche l’attenzione delle autorità e rendendo evidente il potenziale critico del suo lavoro.
Accanto alla pratica artistica, González ha avuto un ruolo centrale nelle istituzioni culturali colombiane: è stata curatrice al Museo Nazionale, consulente per oltre vent’anni del Museo de Arte del Banco de la República e responsabile dei programmi educativi del Museo de Arte Moderno di Bogotá. Un lavoro spesso meno visibile, ma decisivo nel plasmare il sistema artistico del paese.
Negli ultimi anni, la sua opera ha conosciuto una crescente attenzione internazionale, con la partecipazione a Documenta 14 nel 2017, l’ingresso nelle collezioni del MoMA e una serie di retrospettive museali. L’ultima, inaugurata nel 2024 alla Pinacoteca de São Paulo, proseguirà nel 2026 al Barbican Centre di Londra e all’Astrup Fearnley Museet di Oslo. Nonostante il riconoscimento tardivo e globale, González ha sempre mantenuto un’immagine pubblica defilata. «È tipico delle persone timide», disse una volta, «siamo molto riservate, ma quando decidiamo di dire qualcosa, lo facciamo esplodere».
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