Categorie: Personaggi

Music, pittore d’Europa

di - 27 Maggio 2005

Da anni Zoran Music interpretava Venezia esattamente come faceva con Parigi. Stessa modalità di costruire le forme attraverso la vibrazione della luce, stesso lirismo per queste due città dove, alternativamente, risiedeva dal 1952. Ma è a Venezia che il pittore si è spento il 25 maggio scorso, nella sua casa di San Vio. Era nato a Gorizia il 12 febbraio 1909. Una lunga avventura artistica la sua -ripercorsa recentemente dall’antologica che proprio la sua città natale gli aveva dedicato nelle sale di Palazzo Attems-Petzenstein (2003-2004)- pervasa da un forte senso di nostalgia, dall’esigenza di solitudine e silenzio.
Gli anni in cui frequentò l’Accademia di Belle Arti di Zagabria (1930-35), sotto l’insegnamento del celebre pittore croato Babic, sono caratterizzati da l’interesse per la pittura di Klimt e Schiele, che Music ebbe modo di conoscere durante brevi soggiorni viennesi. Successivamente l’attenzione si spostò su El Greco e Goya, di cui fece copie su copie in Spagna, dove visse nel 1935-36, spostandosi tra Madrid e Toledo. Ma fu certamente la tragica esperienza di Dachau, dove venne deportato nel 1944 con l’accusa di collaborazionismo con gruppi anti-tedeschi, che segnò profondamente l’uomo e l’artista. “Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi, in un’apatica attesa” ricordava lo stesso Music. “Stecchiti e come congelati, i morti mi fanno compagnia. A strati, una fila di teste in avanti, e sopra una fila con le gambe sporgenti.” Quello del lager è, certamente, un tema ricorrente della sua opera, sia pittorica che grafica. Music, infatti, è stato anche un pregevole interprete dell’incisione all’acquaforte, della puntasecca e della tecnica litografica, riconosciuto ufficialmente con vari premi internazionali, fra cui il Gran Premio per l’Arte Grafica alla Biennale di Venezia del 1956-57.

Ma non c’è solo dolore e riflessione sull’esistenza e sul senso della morte nei suoi lavori. Ci sono anche gli spazi astratti, i tentativi di sconfinamento nell’informale, i paesaggi rocciosi e lo sguardo che si sofferma -curioso- nel mondo vegetale e animale. Nella serie dei cavallini dalmati, che risale al 1948 e ai primi anni ’50, si respira in particolare il fluire della vita. Attraverso le sfumature dei colori, qualche volta leggeri e trasparenti, altre densi di materia -la tavolozza abbraccia le tonalità dell’azzurro, del blu, del rosa, dell’arancio, dell’ocra- si diffonde quel senso di assoluta pacatezza e liquida sospensione che fa tanto bene all’anima. E’ in questi cavalli, tracciati con la stessa essenzialità e innocenza dei graffiti dell’era preistorica, che trapela l’entusiasmo più autentico di Zoran Music, quello libero da ogni condizionamento.

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manuela de leonardis

[exibart]

Nata a Roma nel 1966, è storica e critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente. Con Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017); Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto a sostegno di Bait al Karama Women Center, Nablus (Palestina). E’ autrice anche Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no, 2015) e Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia, 2017).

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  • un saluto a un grande che se ne va, l'ultimo erede di Giacometti, un poeta della terra e del cielo, un uomo umile e sensibile, un artigiano dei colori smorti della sua regione all'incrocio di tante culture. i cavallini, le terre senesi, le contadine con i cesti: figure oggi incomprensibili che risuonano invece nel profondo di ognuno di noi, come se da quelle immagini ci sentissimo chiamati alle radici profonde del nostro essere, della nostra identità storica, della nostra coscienza. Immagini velate da una foschia che pare evaporazione di umori dalla terra e invece è luce occidua della nostra fragile coscienza. Quanta meravigliosa umiltà, quanta antica poesia in quelle pitture. Quanto impietoso scavo interiore. Ciao.

  • il pittore delle orme leggere ed impalpabili che non vogliono disturbare la natura

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