Categorie: Personaggi

Speciale Venezia/Parla Chiara Bertola

di - 5 Maggio 2015
Come di consueto, la Fondazione Querini Stampalia chiama un grande artista a dialogare con i suoi spazi e a confrontarsi anche con lo specifico ecosistema culturale veneziano. Quest’anno si tratta dell’americano cherokee Jimmie Durham, con il suo progetto Venice: objects, work and tourism, composto da più di 30 inediti realizzati apposta per l’occasione. La mostra è realizzata con il contributo della galleria Kurimanzutto di Città del Messico, ed è curata da Chiara Bertola
Innanzitutto, perché Jimmie Durham?
«Perchè Jimmie è un grandissimo artista, e ci fa vedere lo stato di consumismo a cui siamo arrivati, il suo lavoro ha un livello di coscienza politica e anche ideale che a me interessa molto e mi interessava dargli spazio uno spazio particolare come quello della Fondazione».
Quindi il suo lavoro dialoga con Palazzo Querini Stampalia, come accaduto per altri artisti invitati in passato dalla Fondazione?
«Sì, a me interessa chiamare gli artisti proprio per farli dialogare con quello spazio, e soprattutto chiedergli di fare un lavoro nuovo, relazionandosi con la città, con il passato e il museo della Querini. Jimmie sta conducendo questa ricerca da quattro anni, e ha messo al centro del progetto Venezia, gli oggetti, il turismo e certi effetti deleteri di quest’ultimo. Ha lavorato con la collezione e si è relazionato al museo. La mostra è nell’area Scarpa, è significativo che abbia scelto proprio il luogo dove Carlo Scarpa ha lavorato negli anni Settanta in maniera così straordinaria con materiali e artigiani veneziani di altissimo livello, sempre però con un pensiero molto alto alla base».

Come si rapporterà al sapere artigiano il lavoro di Jimmie?
«Sono stati utilizzati diversissimi materiali che provengono dalla tradizione artigiana, molto potente qui a Venezia: abbiamo visitato tutti gli artigiani, e Jimmie ha frequentato le materie, e i materiali. Siamo stati dal battiloro, a Murano nelle vetrerie, dai falegnami dove fanno le forcole, nei laboratori tra gli artigiani, gente che a Venezia sta resistendo e tenendo in piedi una magnifica eredità, arrivata da lontano e però utilizzata così male: questo turismo, il bisogno di portare qui più gente e fare più soldi sta modificando tutta la produzione, e quindi la sta sganciando dalla sua condizione originaria e le sta facendo perdere senso».
A proposito, quali sono le falle e i punti forti del sistema Venezia durante la Biennale?
«La questione di una mancata politica culturale da parte del Comune di Venezia, e dunque il fatto di non essere in dialogo con la Biennale stessa. Venezia in questo momento diventa una vetrina eccezionale, e si può arrivare e comprarne un pezzetto per darsi visibilità per tre giorni, ma questo non è forse il modo più interessante, almeno per chi lavora in un certo modo, di utilizzare questo momento. Pensate invece a quello che riescono a fare a Basilea in occasione di Art Basel: una fiera, eppure sono riusciti a creare uno dei momenti più interessanti anche dal punto di vista culturale, perché ci sono delle mostre incredibili, sono tutti in sintonia, perché dialogano fra di loro, si sente che dietro ci sono un motore e una strategia culturale molto precisi. Se si volesse si riuscirebbe anche qui. Senza considerare la incredibile e unica conformazione di Venezia, che permette di avere una pedonalità molto alta, un po’ lenta, e quindi una attitudine alla socialità straordinaria, essa stessa potrebbe diventare un luogo interessantissimo su cui riflettere, un innesco per l’arte contemporanea, e invece molte volte si vedono le opere buttate dentro qualsiasi spazio. Tanto la cornice è così meravigliosa che comunque funziona».

C’è qualche altro evento in Fondazione meritevole di menzione?
«Sì, la presentazione dell’opera dei vincitori della decima edizione del Premio Furla: Maria Iorio e Raphaël Cuomo. Sono artisti di origine italiana la cui famiglia è emigrata in Svizzera nel dopoguerra e la loro ricerca mette al centro la memoria e la migrazione. Per il premio hanno presentato un progetto che vede al centro un museo/archivio molto esteso dell’emigrazione e della memoria. Poi c’è l’artista francese Lili Reynaud-Dewar, invitata da Okwui alla Biennale, e che ha performato negli spazi diversissimi della Fondazione per il film che farà parte della sua opera, cui si aggiunge una performance che Lili fa durante l’inaugurazione alla Biblioteca della Biennale. Infine, la mostra (già aperta ma ci sarà una “riapertura” durante i giorni di vernice della Biennale), dedicata al russo Grisha Bruskin, un lavoro molto interessante che riflette sulla cultura ebraica utilizzando l’arazzo come medium».

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