CONTRA ALTERMODERN |

di - 26 Novembre 2009
Va detto subito, tanto per posizionare questa lettura, che
il testo di Altermodern è un po’ pochino per caratterizzarsi come manifesto; inoltre,
preliminarmente, è tutta da dimostrare l’utilità di uno strumento del genere
nel 2009 (peraltro impiegato in un contesto iper-istituzionale come la Tate
Triennal, non certo da Salon des Refusées), e persino quella della scelta stessa di un
termine così denso per definire quella che, dopotutto, è una breve
presentazione. Ma tant’è.
Passando a un’analisi più dettagliata dei contenuti, balza
subito all’occhio come il concetto più evocato sia quello di “globalizzazione’”
(‘globalisation’, ‘globalised’, ‘global’ compaiono infatti ben quattro volte in
dieci righe). Si tratta di un macro-tema, che aggancia e aggrega gli altri
argomenti portanti dell’altermodern: il creolism (il meticciato), il nuovo universalismo, la saturazione, i
formati multipli. Ma non erano proprio questi i temi fondanti del postmoderno,
o almeno di una delle sue (tante) versioni? Eppure, tutti questi argomenti
vengono chiamati in causa proprio perché la loro apparizione giustificherebbe
la morte del postmodernismo. Chiaramente, c’è qualcosa che non quadra.
Innanzitutto, dire che il postmoderno “is coming to an
end
” significa
che fino adesso era vivo e vegeto: e questa è già una bella notizia, dato che
la sua dipartita è stata annunciata e strombazzata finora almeno una decina di
volte, a partire dalla fine degli anni ‘80 e poi lungo tutti gli apparentemente
lisci anni ‘90 e quest’ultimo decennio disgraziato ma interessante. Quindi,
sapere che improvvisamente si riconosce la sopravvivenza, almeno fino a questo
punto, del postmoderno fa bene al cuore.

In secondo luogo, bisogna intendersi una buona volta su
che cosa effettivamente sia stato e sia questo benedetto postmoderno: perché,
effettivamente, la circolazione globale delle idee, del denaro e delle persone,
l’ibridazione, la traduzione e la multimedialità sono parte integrante di
quello che s’intende comunemente ormai come “postmoderno”. Questa altermodernità,
chiaramente, non è altro che l’ultima evoluzione (in ordine di tempo) della
postmodernità, inaugurata più di trent’anni fa e ben lungi dall’esaurirsi.
Allora, non sarà che altermodern risponde all’esigenza di
inventare una nuova etichetta, piuttosto che a quella di riconoscere una
trasformazione in atto? È una caratteristica tipica della nostra epoca, come ha
ben illustrato Marco Enrico Giacomelli a proposito dell’altra categoria di
recente invenzione, Unmonumental [1].
La prima dimostrazione sta proprio nell’ossessione del
prefisso: bisogna sempre attaccare qualcosa alla modernità, al moderno o al
modernismo (a seconda della prospettiva), percepiti ancora oggi come gli unici
appigli sicuri. Guai a trovare qualcosa che si sganci completamente da quello
scoglio storico e concettuale. In più, per sottolineare la differenza, l’alterità
rispetto al
post-, tautologicamente si aggiunge l’alter-… Semplicemente fantastico. Ma
non è che se affermo che una cosa è diversa dall’altra, automaticamente lo diventa (anche se questa distinzione può
apparire oggi sempre più sfuggente e meno banale).
Inoltre, sono tipici di questo periodo il riuso costante e
la riverniciatura, non solo delle mode e dei suoni, evidentemente, ma anche dei
concetti critici (in un’altra, sede, per definire questo fenomeno ho parlato di
“re-inizializzazione” [2]): si spaccia per nuovo ciò che nuovo non è,
resettando tutto e ricominciando sempre da capo, senza costruire un percorso
non solo progressivo, ma minimamente sensato. Siamo così un passo oltre la
nostalgia, che recupera consapevolmente: è una forma di nostalgia che cancella
il passato nel momento stesso in cui lo propone come presente. È una forma
perversa di attualizzazione
.
E allora, non è meglio tenersi “postmoderno”, che almeno
ha una storia (anzi, una Storia) e una giustificazione critica, in attesa che
emerga dalla nebbia mentale la definizione perfetta per questi tempi, l’illuminazione
teorica tanto attesa? E non sarebbe ancora meglio lasciar perdere del tutto il
passatempo delle etichette, e concentrarsi sulla rappresentazione della realtà
e sui collegamenti culturali tra gli agenti in campo, che si stanno finalmente muovendo e attivando proprio in
questo momento in maniera così imprevedibile e divertente? Con buona pace dell’altermodern.

[1] M.E. Giacomelli, In memoriam delle Biennali, in “Exibart.onpaper”, n. 50,
giugno-luglio 2008, p. 74.
[2] Cfr. Re-inizializzazione e cultura da collezionisti, in “Exibart.onpaper”, n. 50,
giugno-luglio 2008, p. 39.

christian
caliandro


*articolo pubblicato su
Exibart.onpaper n. 60. Te l’eri perso? Abbonati!

[exibart]


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  • ci vuole un approccio molto "ingorante"(che ignora) rispetto al 900, ma allo stesso tempo consapevole. Anche perchè siamo in una jeep che scende veloce dalla scarpata, c'è poco tempo per pensare, il mercato preme e il sistema deve continuare a vivere. Mi sembra che una strada possa essere una certa "fluidità folle", e va bene. Ma la domanda è: gli operatori e gli studiosi sono in grado di staccarsi dalla loro copertina di linus? Perchè se no è chiaro che si resetta sempre. C'è il coraggio di non resettare e cercare di superare lo stallo del sistema?

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