SEI…A BORDO?

di - 12 Dicembre 2010
Sorvoliamo, anche se tocca l’identità, sulla libera
interpretazione, forzata e nel contempo poco coraggiosa, dell’Antonello da
Messina per la promozione istituzionale. Soffermiamoci sul tema prestiti, sulla
circuitazione delle opere-icona: “Salvataggio dalla polvere”, con una
provvida tournée, “dei bronzi di Riace”,
ci dice. È spontaneo chiedersi se sia mai stato a Reggio e sia a conoscenza che
la Sovrintendenza, con l’équipe del Laboratorio di Restauro del Museo
Archeologico, si sta prendendo cura della salute delle opere con la professionalità
degna di un dottor House. E non solo. Su questo tema ha costruito un progetto
partecipato con la comunità.
In attesa della ristrutturazione di Palazzo Piacentini, i
Bronzi sono stati trasferiti presso Palazzo Campanella, sede del Consiglio
Regionale della Calabria, dove il pubblico può seguire in diretta il lavoro
sette giorni su sette. Una metodologia innovativa, che ha visto 80mila persone
dal territorio fare visita ai Bronzi in sei mesi. Un esempio di come, con
contenuti investimenti, si utilizza una risorsa identitaria per un’operazione
che va oltre il marketing territoriale, per costruire nuovi orizzonti di
significato. Senza arroccamenti integralisti o, come dice Andrea Carandini,
senza farne feticci, ma valutando quali lavori possano viaggiare, con quali
risultati attesi, evitando operazioni che si possono rilevare a livello locale
culturalmente desertificanti.
Con Settis suggeriamo di investire per far arrivare e
accogliere più pubblico sul territorio, costruire narrazioni, mobilitare energie
locali, se vogliamo che il patrimonio non sia solo immagine, ma fattore di
sviluppo, evitando cannibalizzazione delle “icone del Paese” per operazioni di breve
respiro. Lasciamo i Bronzi a Reggio, ricordando che il Museo Archeologico della
Magna Grecia a Reggio Calabria è stato meta annuale di Mitterand, che si
ispirava in dialogo con la Testa del Filosofo. Fallito il loro ratto,
l’attenzione è sui giganti di pietra di età nuragica di Mont’è Prama. Eguale
discorso. L’epifania si raggiunge poi sul pezzo simbolicamente più prestigioso
del patrimonio nazionale (forse occidentale): il Colosseo, il tempio di Venere
Genitrix, simbolo della dinastia Flavia, dedicato al popolo che, secondo la
recente elaborazione dell’Economic Reputation Index, ha un valore di brand,
calcolato sulla base di dieci parametri di vivacità e attrattività
socio-economica, di 91 miliardi.
In testa rispetto ai magnifici sette “monumenti italiani”,
pari a otto volte il valore degli Uffizi. Le entrate di Colosseo (che, con i
suoi 5,7 milioni di visitatori che accorrono al richiamo magnetico, di sola
biglietteria incassa 35 milioni l’anno), Foro e Palatino coprono l’intero
budget della Sovrintendenza ai beni archeologici di Roma. Si apre una gara per
piazzarlo nel giro d’affari internazionale: i privati potranno offrirsi di
finanziarne il restauro. Maligne voci dicono forse ispirata dal grande Totò
che, in un celebre film, vende la fontana di Trevi. Bando pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale il 4 agosto.
Condivido l’analisi degli economisti che vedono “applicati modelli di management razionale e
di marketing che agiscono in modo lineare, causa-effetto, indifferente ai
luoghi, ai contenuti, agli oggetti della propria azione, metodi oggettivi
invariati per i beni di consumo e opere d’arte, basati sulla massimizzazione
del risultato di breve e sulla standardizzazione delle decisioni che sono stati
alla base della crisi nella quale siamo immersi
”. “Poi si può pensare a Pompei, a Brera, al Palatino. E alla Reggia di
Caserta, per farne una Versailles italiana
”, dice Mario Resca. La
preoccupazione aumenta.

Dall’alto della posizione che ricopre, e con il sano
pragmatismo che gli deriva dal background per cui è stato scelto, gli chiediamo
di farsi portatore di una revisione del’attuale normativa, che egli stesso
definisce “farraginosa”, che consenta
veramente ai privati nel nostro Paese di finanziare la cultura, con progetti di
lungo termine e reali incentivi fiscali, non solo nelle dazioni di denaro, ma
anche nelle donazioni. Non ci spaventa, anche se distrugge valore d’immagine
che con i prestiti si vuole realizzare, il ghigno del “vignettista del New Yorker che qualche tempo fa aveva disegnato così la
situazione: ‘Il 60% del patrimonio culturale è in Italia’, diceva un
protagonista di una sua vignetta, e il suo interlocutore gli rispondeva: ‘E il
resto è al sicuro!’”
.
Ma vorremmo capire, e non riusciamo ad avere un quadro
confortante, quale strategia di gestione dei beni culturali e di promozione
delle risorse creative il nostro Paese sta perseguendo.

catterina seia

cultural manager


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper
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