Ad Art Basel va il pezzo raro

di - 17 Giugno 2016
Eighties are back? Sono tornati gli anni Ottanta? Negli stand di Art Basel domina la pittura, con opere di grandi dimensioni e prezzi da capogiro, contesi da collezionisti di tutto il mondo in un clima di euforia generale. Tornano opere di livello museale, destinate a finire in collezioni prestigiose, come l’arazzo Titoli (1979-1980) di Alighiero Boetti, presentato dalla galleria Gladstone di New York, e venduto per una cifra importante. «È un’opera considerata perduta, e molto rara perché riunisce tutti i titoli degli arazzi di Boetti», spiega Simone Battisti, direttore della galleria. Da Gladstone si punta su artisti del calibro di Matthew Barney, Ugo Rondinone e Marisa Merz, con un’attenzione specifica rivolta ai pittori internazionali emergenti, come Victor Man e Andro Wekua, che hanno raggiunto quotazioni molto alte. Capolavori anche da Gagosian, dove nella prima mezz’ora di apertura sono state vendute due opere di grande formato: una grande tela di Rudolf Stingel del 2015 è stata acquistata a 3 milioni 500mila euro, mentre un Cabinet (2007) di Damien Hirst è stato pagato 4 milioni 500mila euro. «Siamo soddisfatti perché il clima della fiera è frizzante, e i collezionisti puntano su lavori importanti», spiega Pepi Marchetti Franchi, direttrice di Gagosian a Roma.
Nello stand di Massimo De Carlo, tra i più belli della fiera, interessante l’abbinamento tra due tagli di Lucio Fontana e un ritratto ad olio di Fontana bambino dipinto dall’artista cinese Yan Pei Ming, venduto il primo giorno e sostituito da una tela di Stingel, una delle star di questa edizione di Art Basel.

Christian Stein punta sull’Arte Povera con opere importanti di Pistoletto, Kounellis, Calzolari e Boetti, mentre Lia Rumma espone Dormiveglia (2010) una suggestiva installazione di Ettore Spalletti, artista che negli ultimi anni si sta imponendo sul mercato internazionale, con prezzi che variano dai 50mila ai 500mila euro. Da Continua il posto d’onore spetta ad una grande scultura di Jannis Kounellis del 1996, proposta a 450mila euro, che dialoga con un’intera parete dominata dalle opere di Pascal Martin Tayou, mentre da Tucci Russo sono presenti alcuni lavori storici di Giovanni Anselmo insieme alle delicate sculture vegetali di Christiane Lohr, celebrata da una personale alla Kunsthaus Baselland. Arte Povera anche da Marian Goodman, dove troneggia un grande lavoro di Giuseppe Penone Spine d’acacia (2005) all’interno di uno stand con opere di Jeff Wall, Tacita Dean e Juan Munoz. Ottimi prezzi anche per gli italiani storici: la galleria Lo Scudo propone un’importante scultura di Fausto Melotti a 930mila euro, due Cellotex neri di Alberto Burri a 850mila euro ognuno e una splendida Natura morta del 1940 di Giorgio Morandi a 2 milioni 200mila euro.

Poche le opere fotografiche, rarissimi i video. Come mai? «Fino a pochi anni fa le istituzioni pubbliche acquistavano opere di ogni genere, ma adesso comprano quasi esclusivamente privati, che hanno una certa ritrosia ad acquistare video», spiega Gyonata Bonvicini, direttore della galleria Michael Werner di Berlino, che propone dipinti di Sigmar Polke e due capolavori di Francis Picabia, in concomitanza con la grande retrospettiva organizzata dalla Kunsthaus di Zurigo.
La stessa atmosfera giocosa si ritrova ad Art Unlimited, curata anche quest’anno da Gianni Jetzer: tra i lavori più suggestivi spicca The Collector’s House (2016) di Hans Op de Beeck, la riproduzione della biblioteca di un collezionista del periodo neoclassico, dominata dal grigio, quasi fosse stata estratta dagli scavi di Pompei. Altrettanto forte e dolorosamente attuale Accumulation: Searching for Destination (2014-2016) di Chiharu Shiota, che consiste in un gruppo di valige appese al soffitto a formare una grande  onda, mentre Cross Cut (1998) di James Turrell è l’ennesima prova della capacità dell’artista di trasformare lo spazio in un’esperienza mistica. Interessante ma un filo banale White House (2015) l’installazione di Ai Wei Wei che ha costruito un’antica casa cinese sorretta da basi di cristallo, mentre assai più incisiva l’opera a di Kader Attia, autore di The Culture of Fear: An Invention of Evil (2013), una sorta di biblioteca dedicata a giornali e libri dedicati a scene coloniali.

Molto raffinato il progetto di Pablo Bronstein Cross Section of the via Appia in Late Antiquity (2015), concepito come una sorta di mappatura di sapore illuminista della celebre strada, in dialogo ideale con Encyclopedia Britannica (1969), un’installazione storica di Emilio Isgrò.
Molti sono i lavori storici da non perdere, come Four Stone Fronts Corner (1964/64), realizzato da Christo per la sua personale alla galleria di Leo Castelli a New York nel 1966, e Titled (Art as Idea as Idea) (1968) di Joseph Kosuth, la sua prima personale nella galleria 669 di Los Angeles, mentre Dragon (1992) dimostra la forza poetica del primo Anish Kapoor, che abita lo spazio con una serie di pietre ricoperte di pigmento blu. Tra i lavori degli artisti delle ultime generazioni spicca Out of Ousia (2016) di Alicja Kwade, una rarefatta installazione incentrata sulla percezione, e il delicato Blue Runs di Pamela Rosenkranz (2016), un semplice lavandino da cucina dove sgorga dell’acqua colorata di blu, e infine Two Good Reasons (2015) di Ariel Schlesinger: due fogli di plastica bianca che si muovono in coppia a creare un balletto di movimenti semplici ma di grande poesia. Una volta tanto, less is more!
In una fiera dove la parola d’ordine sembra essere more is more
Ludovico Pratesi

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