Ai Weiwei, libero e controverso

di - 20 Dicembre 2016
Un inno alla libertà e un’epifania del dolore, così si presenta la prima grande retrospettiva italiana (fino al 22 gennaio)  che Palazzo Strozzi dedica al dissidente cinese Ai Weiwei (Pechino 1957) – tra i più famosi, mediatici e controversi artisti contemporanei – affiancato dall’aggettivo LIBERO a significare lo status ideale per tutti gli uomini, e in particolare per una persona come lui, che ha saputo trasformare grazie all’ispirazione artistica la persecuzione in un viaggio verso la salvezza per sé e per tutta l’umanità, simbolo di tutti quegli uomini che, come lui, in ogni epoca e angolo del globo non si sono arresi al Potere.
Nato da genitori entrambi poeti, Ai Weiwei nel 1958 si trasferisce insieme alla famiglia in una provincia al nord est del Paese essendo il padre Ai Qing definito “triplo criminale” (verso il Partito, lo Stato e il Paese), poi in un campo di rieducazione a Shihezi e ancora in una località del Deserto del Gobi dove vive per cinque anni in un ambiente sotterraneo, mentre il padre deve pulire le latrine del paese. Dopo un lustro può tornare a Shihezi e nel 1976 a Pechino dove per un anno studia animazione e organizza la sua prima mostra che viene dichiarata illegale dando inizio a una serie infinita di contestazioni ai suoi lavori.

In America dal 1981 al 1993 approfondisce gli studi artistici ed espone le proprie opere, ma decide di tornare in Cina alla notizia che il padre è malato e vi rimane fino al 2008. In quanto provocatore e dissidente gli è ritirato il passaporto e subisce prigionia, percosse e vessazioni fino al 2015 quando finalmente libero gli viene restituito il passaporto e può raggiungere figlio e compagna a Monaco di Baviera e stabilire a Berlino un fantastico studio costituito da un immenso labirinto sotterraneo ricavato da una fabbrica di birra dismessa.
In questa nuova situazione continua alacremente la propria attività artistica tra cui la grande personale fiorentina voluta da Arturo Galansino, Direttore Generale di Palazzo Strozzi, che ha realizzato un’idea accarezzata quando Ai Weiwei ancora non era un uomo libero andando a trovarlo nel mitico studio – nel distretto di Caochangdi a nord est di Pechino – controllato a vista dalla polizia che ovviamente non è mai riuscita a imprigionare il libero afflato creativo che vi spirava durante discussioni e progetti alla presenza ‘carismatica’ di decine di gatti. Galansino ha portato nel severo Palazzo fiorentino, luogo simbolo della cultura occidentale e tra i più rilevanti palazzi civili del ‘400, questo moderno “Uomo del Rinascimento” così definito per i suoi interessi vasti ed eterogenei che tendono a fare dialogare antico e contemporaneo, senza mai dimenticare il tema dei diritti umani al centro di ogni sua speculazione. Un connubio tra arte e impegno politico che lo ha fatto divenire icona della dissidenza e simbolo mondiale dell’impegno civile, politico e sociale come attestato dal titolo di Ambassador of Conscience assegnatogli da Amnesty International.

L’eclettico artista attivo in scultura, pittura, architettura, design e foto si è ‘impossessato’ di tutti gli spazi di Palazzo Strozzi – facciata, cortile, naturalmente il piano nobile destinato abitualmente alle grandi mostre e Strozzina (l’ambiente sotterraneo) , facendo uscire da tale area sotterranea l’arte contemporanea e conferendole parità di ruolo – per raccontare trent’anni di lavoro dilaniato tra amore per il suo Paese e assoluto senso di ribellione.
Libertà creativa che si è espressa anche attraverso opere nuove quali i ritratti in ‘Lego’ di grandi perseguitati politici del nostro Rinascimento come Dante l’esiliato per eccellenza, Galileo oppresso per avere espresso nuove verità scientifiche, Savonarola controverso per il rigore morale e Filippo Strozzi fondatore della dimora e avverso alla famiglia Medici.
Il primo impatto è rappresentato da Reframe sulle facciate del Palazzo: un’opera site-specific – ventidue grandi gommoni di salvataggio arancioni che fanno riferimento alle migrazioni e alla cultura come ancora di salvezza – che non stona con la severità della dimora.
Nel cortile colpisce Refraction, installazione costituita da cucine solari assemblate a forma di ala, però immobilizzata a terra per la sua pesantezza, allusiva al problema politico tibetano in quanto tali pannelli solari sono usati in quel Paese per preparare il tè e soprattutto simbolo di una libertà immobilizzata e negata.

Al piano nobile gli input si fanno numericamente più incalzanti: si susseguono suggestioni di fronte alle singole opere che suggeriscono approcci ed emozioni personali differenti come davanti a Stacked, installazione site-specific (proposta in realtà in molti altri contesti) fatta con 950 biciclette, simbolo – che rimanda alla nota ruota di Duchamp del 1913 – del trasporto nella Cina e di libertà di movimento quando negli anni ’40 possedere una bicicletta (marca Forever) era fonte di una libertà personale e come bici-labirinto che hanno perso la loro funzione primaria emblema della molteplicità della Rete, o di fronte a Snake Bag, serpentone formato da 360 zaini scolastici a ricordo delle migliaia di scolari uccisi per il crollo di scuole costruite – come anche ospedali e fabbriche – con materiale scadente durante il devastante terremoto del 2008 nel Sichuan: prova di una tragedia e di un delitto e accusa al governo cinese.
Un percorso che comprende anche infinite foto (dal 2005 nuova forma di espressione attraverso un blog che in seguito alle denunce al governo cinese è oscurato e che Weiwei sostituisce con altri media) oltre a numerosi piccoli oggetti costruiti con tecniche e materiali preziosi come la porcellana o come le Manette di giada, simbolo della sua e di tante altre detenzioni reali e metaforiche: un continuo atto d’accusa degli abusi nei confronti dei diritti umani.
Uno stimolo a riflettere sul quotidiano impegno suo e nostro alla ricerca di frammenti di libertà.
Wanda Castelnuovo

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