Alla ricerca dell’identità perduta

di - 1 Luglio 2014

Nell’era della ricerca spasmodica di un’identità globale, dove confini, barriere o frontiere di carattere fisico e culturale sembrano aver lasciato il posto ad una mescolanza di visioni e culture figlie del mixage imposto dalla globalizzazione, la mostra “Shifting Identities” si presenta come un coinvolgente viaggio a ritroso verso l’essenza di ogni cultura: l’identità. La mostra, curata da Ludovico Pratesi e ospitata fino al 14 settembre al Macro Testaccio di Roma,  attraverso il lavoro di 21 artisti indaga la ricerca delle ultime generazioni che tra Finlandia ed Estonia pongono il tema identitario come fulcro della proprio lavoro. Finlandia ed Estonia, due nazioni apparentemente diverse ma in realtà vicine, in quanto entrambe soggette all’influenza dell’ex Unione Sovietica prima, che esercitò su di esse un massiccio processo di “russificazione” cercando di cancellarne lingua e radici, ma soggette ancora oggi, sebbene con meno violenza e cinismo, all’influenza della Russia. Ma questi due Paesi sono vicini anche perché appartenenti ad un’unica area identitaria, dove lingua, usanze e similitudini etniche li rendono  quasi complementari.

L’introduzione alla mostra si rivela un prezioso strumento per ricordare le esperienze artistiche del dopoguerra in queste due nazioni situati all’estremo nord-est dell’Europa, e mostrare che l’affermazione identitaria attraverso una ricerca di stampo artistico si è affermata sin dagli anni Settanta in Finlandia con il lavoro del gruppo dei Mietitori, e in Estonia grazie alle performance semiclandestine dell’artista e architetto Jüri Okas.
Immergendosi della mostra, il susseguirsi di video, fotografie e installazioni mostra un percorso complesso e articolato che permette di individuare quante e quali possono essere le possibili strade d’indagine suggerite dal tema identitario. Indubbiamente parte della ricerca degli artisti finlandesi si rivela più vicina ad un approccio intimista, legato al tema della natura e del paesaggio, come nel caso del video Bark Boat (2010) e dall’opera fotografica Bare Necessities (2002) di Antti Laitinen, il quale attraverso azioni estreme, volte a comprendere i limiti e la resistenza dell’uomo in solitudine e a contatto con la natura selvaggia, esprime il desiderio di ritrovare la propria identità. Allestito specularmente rispetto all’opera di Laitinen, si trova il lavoro fotografico di Paul Kuimet, artista estone, che si concentra su un paesaggio di matrice urbana, vissuto come possibile marcatore dello sviluppo della società estone: In Vicinity (2010) racconta attraverso 12 scatti il processo di sviluppo della città di Tallinn secondo modelli occidentali, facendo dell’abitazione, del contenitore, il luogo simbolo di un’identità di mediazione che svela la necessità del  mostrare prima dell’essere.

È indubbiamente questo il nodo più interessante dell’intera mostra, ovvero l’analisi dell’emancipazione culturale e politica di entrambe i Paesi dal dominio russo con la conseguente necessità di trovare un’identità propria, e la contemporanea tensione verso quell’Occidente con il quale voler dialogare e al quale voler somigliare, rischiando di innescare un pericoloso cortocircuito che mina la strada verso una consapevolezza del sé.
È in quest’ottica che si sviluppano i lavori più interessanti esposti in mostra, come il coinvolgente video di Kristina Norman 0.8 square meters (2012) che affronta il tema della perdita della libertà tra esperienze passate e recenti; Positions (2007) di Tanja Muravskaja, che sottolinea le divergenti interpretazioni del concetto di nazionalismo visto attraverso gli occhi di alcuni neonazisti e un gruppo di giovani artisti; Majestoso  Mystico 26/04/2007 (2007) di Mark Raidpere, un dittico giocato sulla simultaneità di azioni avvenute il 26 aprile del 2007, che mostra con quanta inconsapevolezza, presunta o reale, possano convivere talvolta mondi vicini; e la video installazione di Eva Sepping I am here (2012), che documenta la vita degli esuli estoni deportati in Siberia nel dopoguerra, la cui generazione più giovane parla estone pur non avendo mai visto la terra di origine.

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