Anche i ricchi mangiano

di - 29 Aprile 2015
I rituali, che Germano Celant mette in scena  ad “Arts & Foods” (Triennale di Milano, fino al 1 novembre), partono dalla Grande Esposizione di Londra del 1851, che successivamente prenderà il nome di Esposizione Universale. C’è un richiamo alla nascita storica di Expo e al modello del “Victoria and Albert Museum”, che ebbe origine appunto dalla “Great Exposition” e fu l’omaggio alla memoria dell’amato marito (in mostra c’è un dipinto della coppia reale in visita alla “Great Exhibition”). Il “Victoria and Albert” è un pozzo visivo, dove insieme agli oggetti, all’artigianato, ai memorabilia sono stati accumulati quadri, sculture, disegni.  Il motivo firma del  Museo è, però, l’incredibile anello di creatività che fa da cintura al vivere quotidiano.
Celant propone questo fascino. Memoria, bellezza, selezione ridondante di casalinghi eccelsi, riuniti in vetrine, in scaffali, magistralmente ideati dall’allestimento di Italo Rota, coinvolgono il pianterreno e fanno scattare l’emozione dell’eredità.
Tra quelle superbe raccolte di teiere, vasi, suppellettili che sprofondano oltre 150 anni fa, affiorano nonni, bisnonni, case di campagna, salotti, foto di famiglia. All’inizio del lunghissimo tavolo pieno di coltelli, ne ho riconosciuti alcuni d’argento, nello stile San Marco, con una lama che ricorda la silhouette di una gondola, dove campeggia con elegantissima grafica la parola, Venezia. Sono uguali a quelli che ho ereditato dal bisnonno, anche i miei hanno la lama di ferro e non di acciaio inossidabile, come nella produzione odierna. Ho provato la soddisfazione di aver conservato un esempio di produzione artigianale. Mi ha guidato nella grande ammirazione per le sale da pranzo di Eugenio Quarti, di Gerardo Dottori, del tavolo su  cui mangiava D’Annunzio a Gardone, per quelli attorno ai quali mangiavano mamme con bambini, dipinti da De Nittis, Philip Rumpf, Plinio Nomellini. Ecco la guida del Victoria and Albert, ovviamente più ridotta. C’è un’attenzione esplicita all’Italia, ai grandi campioni dell’origine del design (la Wiener Werstatte, Charles Mackintosh), a straordinarie suppellettili giapponesi e orientali. Ci sono gli utensili contadini, le “gavette di ghiaccio” della Prima Guerra Mondiale, ma il confronto è così dispari che si dimenticano. Mentre l’immaginazione va a mille rispetto a tavole imbandite nella splendida luce di argenti, cristalli, vetri soffiati.
Nutrire il pianeta con l’arte non è del resto di buon senso. L’arte produce nutrimenti di tipo diverso e non meno necessari. Ma il cortocircuito è immediato: anche i ricchi mangiano!
Disagio e adesione si mescolano, non si può che fare così se si vuole testimoniare l’artisticità dei rituali che accompagnano il cibo. Ed è comunque una soddisfazione ripercorrere la storia delle forme, oggi, però, il problema del cibo, della natura da cui trarlo, è così aggrovigliato alla responsabilità di tutti, che la bellezza lascia il sale in bocca.
Ci sono salti utopistici che vorremmo “copiare”, come la Maison des Jours Meilleurs, una casa prefabbricata, che Jean Prouvé costruì nel 1956 influenzato dall’Abbé Pierre, che chiedeva alloggi per i meno abbienti. Occupa uno spazio di 9 metri x 7, al centro un blocco che contiene cucina e servizi, totalmente arredata di mobili  d’autore, quadri compresi, da Picasso a Morandi, si poteva montare in sette ore. Se pensiamo all’Aquila l’invidia è enorme. Non tanto per una possibile produzione, ma per la spinta di portare la bellezza a tutti.
Oggi invece, lo spirito del tempo è il lusso per pochi, però ben distribuiti nel mondo. Quelli che verranno all’Expo troveranno pane per i loro denti. La magnifica progressione storica della produzione artistico-artigianale garantirà ai magnati cinesi e alle big economies internazionali che comprare in Italia industrie o il quartiere di Porta Nuova di Milano, come ha fatto l’emiro del Qatar, è un affare che dà lustro sociale e culturale. Speriamo che effettivamente sposti il livello della produzione industriale italiana. Che si inverta la rotta che, come dichiara Giorgio Galli, «ha modificato il patto dei produttori, proposto dall’economista Claudio Napoleoni e non realizzato, nel patto dei corruttori che arriva fino a Mafia Capitale». (Il Golpe Invisibile, Kaos Edizioni, 2015).
“Arts & Foods” procede al piano superiore giungendo al presente. Anche qui, oggetti domestici bellissimi, memento di tempi più vicini e del primato del design italiano; la storia travolgente della pubblicità attraverso manifesti d’autore. Dipinti, foto, sculture di artisti internazionali. Andy Warhol, Oldenburg, Wesselmann, Lichtenstein profetizzano l’inarrestabile civiltà dei consumi, l’ipertrofia del cibo e la conseguente obesità che travolge gli Usa, ma non solo. Una previsione che ritorna nelle grasse fette di torta di Jeff Koons (Cake, 1995), nelle enormi sculture Sleeping dogs (1997) di Dennis Oppenheim e nel Big, Big Mac (2013) di Tom Friedman nel 2013.
Insomma mentre “anche i ricchi mangiano”, il mondo diventa obeso. Molte sono le opere che testimoniano il rapporto complesso del cibo, come Cindy Sherman che ne fotografa la muffa, la putrefazione; Judy Chicago, nel suo tavolo Dinner Party, del 1974, mette nel piatto l’anatomia delle donne, opera radicale femminista americana   (in mostra c’è uno di quei piatti). Rosemarie Trockel, nel 1991, compone in cubo bianco le piastre nere da cucina, ovvero un disegno astratto che sconfessa la neutralità  dell’astrazione. Jana Sterbak riveste una poltrona di design con bistecche di carne, e Chair Apollinaire (1996) non più la pelle, ma la carne dell’animale entra nel panorama estetico dell’arredamento. Poi ci sono i maestri italiani dell’Arte Povera, Mario Merz, Penone, Kounellis. Il panorama è vastissimo e multiforme, ma un po’ scontato. Come sempre c’è qualche rimpianto per le mancanze. Solo una. Vent’anni fa Aldo Mondino ha creato nel giardino della Rotonda della Besana, a Milano, dei tappeti orientali, “tessendoli” con semi di grano e di vari legumi con diversi colori.  Era un’opera destinata agli uccelli, che in un paio di giorni se la sono mangiata. Sarebbe stato bello rivederli nel giardino della Triennale, avrebbero sicuramente contribuito a nutrire il pianeta.

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