Passato, presente e futuro. Immagini antiche, accarezzate dal rumore visivo della pellicola ed emozionale di vecchi audio. Ma anche neo superfici, pixel in movimento, che ci ricordano come la tecnologia, le tecniche audiovisive e i nuovi tool riescano a modificare linguaggi, visioni e sensazioni. Un accenno, un assaggio di quello che è che sarà. Di quello che in fondo saremo, perché da sempre essere significa guardarsi, riconoscersi. Vedersi in uno specchio come in un video. Sì, perché quando si attraversa, si surfa nel mare magnum de Lo Schermo dell’arte, è questa l’emozione che si prova ogni volta.
Il Festival dedicato ai film d’artista e a documentari sull’arte contemporanea diretto da Silvia Lucchesi, insieme a partner come la Regione Toscana, la Fondazione CR Firenze (all’interno del programma 50 giorni di cinema a Firenze) è giunto ormai alla sua 17ma edizione. E si divide tra numerose e suggestive location, come il cinema la Compagnia, Palazzo Strozzi, Piazza della Signoria, l’Accademia di Belle Arti di Firenze e la NYU Florence. Riuscendo nell’impresa di mostrare a un pubblico sempre più vasto non solo artisti, tendenze, lavori sperimentali e d’avanguardia ma riproponendo sotto altre forme anche linguaggi antichi, vecchi lavori che in un contesto del genere assumono nuova linfa espressiva e rinati significati artistici.
Oltre al documentario-evento Exergue – on documenta 14 (2024), 14 capitoli divisi in 14 ore di proiezioni a Palazzo Strozzi del regista greco Dimitris Athiridis (che ha seguito per due anni il direttore artistico della manifestazione internazionale, Adam Szymczyk) ritorna anche VISIO – European Programme on Artists’ Moving Images, la rassegna dedicata ai visual artist under 35 e curata da Leonardo Bigazzi.
Come headliner del Festival la videomaker americana Garrett Bradley (opere al MoMA di New York, al MoCA di Los Angeles e numerosi premi tra cuiTime, miglior documentario al Sundance Film Festival del 2020) con un’antologia di lavori: America e AKA del 2019; Safe del 2022, Time del 2020 e Alone del 2017.
In un’America sempre più stravolta dai grandi show televisivi, dalle grandi convention e dalle grandi promesse (mancate), Bradley riesce con la sua camera a ridurre le distanze, a schiacciare gli spazi interpersonali, a spezzare la lingua stereotipata e fasulla della grande Société du Spectacle statunitense. A nudificare insomma quella cultura di show & entertainment rapidi e indolori, mai al servizio di una realtà che invece, nei racconti dell’artista newyorkese, si mostra per quello che è: cruda, vera e mordace.
Ma, come si è detto, il Festival riesce a insistere su diversi piani simbolici e narrativi. Come ad esempio la stereofonia verticale ed emozionale di He Said, we must forget (2023) di Sarah Brahim, o l’appercezione spaziale e indefinita del deserto di Galb’Echaouf (2021) di Abdessamad El Montassi. Qui la linea d’orizzonte oscura e magica della sabbia diventa limite e confine invalicabile per ogni pretesa antropica, come luogo e tempo per storie antiche e modernissime.
Così i temi di una Natura che scorre, che si libera da ogni antropomorfismo (Club Bunker – 2023, di M+M Weis/De Mattia), che assume altri punti di osservazione (Those sweet murky water – 2023, di Driant Zeneli) e che si fa corpo, organismo recettivo e respingente (Mangrovia – 2024, Low Jack e Invernomuto), vitale o mortale a seconda di come ci si relaziona.
Ma tornano anche lavori di una memoria apparentemente perduta ma in realtà profonda, carsica, che non si intacca mai veramente, e che non si deturpa come il nastro di un vecchio film o del suo sonoro che gracchia ad ogni passaggio di rullo. Come il documentario Arte Povera, Appunti per la Storia (2023) di Andrea Bettinetti, sinfonia complessa ora a colori ora in bianco e nero in memoria un’epoca d’oro dell’arte e della riflessione d’autore.
O come l’on the road nostalgico ma mai malinconico di Tempo di Viaggio (1983), il “racconto magico” di Andrej Tarkovskij e Tonino Guerra, che attraversano un’Italia, “troppo bella” per un film russo, ma adattissima per restituirci il senso intero di una vita, impreziosita dai ricordi e da emozioni passate. «La terra arata è uguale dappertutto», dirà il regista all’amico poeta, ricordando l’amore per la sua lontana Russia.
Così le immagini d’arte su uno schermo. Una meraviglia senza spazio e senza tempo. Questo è lo Schermo dell’arte.
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