Julia Bornefeld, Jumping Carousel, 2005-2006
Verona torna finalmente a varcare la soglia di uno dei suoi spazi più simbolici, e lo fa con l’energia che si dedica alle grandi occasioni. Palazzo Forti riaccende le proprie sale al pubblico grazie alla rinnovata sinergia tra il Comune e la Fondazione Cariverona, inaugurando con Ápeiron | Senza confini un percorso che ambisce a ridefinire l’identità della Galleria d’Arte Moderna Achille Forti come laboratorio permanente di confronto tra memoria e presente, tra stratificazione architettonica e urgenze del contemporaneo. Il titolo sceglie il termine greco dell’illimitato per evocare una tensione verso l’apertura, e l’allestimento abita le sale storiche come un dispositivo critico capace di far emergere, attraverso opere provenienti dalla collezione civica, le fratture e le ossessioni del nostro tempo: comunicazione polarizzata, identità fluide, attrazione vertiginosa per il successo globale, interrogativi etici legati alla tecnologia, corpo come territorio politico e simbolico.
La mostra, curata da Patrizia Nuzzo e Isabella Brezigar, si può leggere in chiave cronologica come un attraversamento del Novecento e oltre, a partire da Gino Bogoni, figura che ancora porta con sé l’eco della scultura novecentesca e dei suoi slanci sperimentali, e da protagonisti come Alik Cavaliere, Mario Ceroli e Pino Castagna, nei quali la materia scultorea diventa teatro di tensioni tra natura e artificio, mito e modernità, costruendo una genealogia in cui la forma plastica si carica di implicazioni esistenziali e sociali.
Con Sol LeWitt e Daniel Spoerri la riflessione si sposta verso le sperimentazioni cromatiche e le ironiche cristallizzazioni del quotidiano, mentre la dimensione installativa e ambientale trova una declinazione immersiva nelle opere di Fabrizio Plessi, dove la tecnologia dialoga con l’elemento primario dell’acqua e apre a una meditazione sull’immagine elettronica.
La traiettoria si concentra poi sulle ricerche dedicate al corpo e all’identità, ambiti che emergono come uno dei nuclei più incisivi dell’esposizione: da Cindy Sherman, che attraverso le sue metamorfosi fotografiche scardina i cliché della rappresentazione femminile e costruisce figure ambigue, ribelli, talvolta disturbanti, capaci di rivelare la natura costruita di ogni immagine, a Vanessa Beecroft e Spencer Tunick, che trasformano il corpo umano in uno senario di vulnerabilità e monumentalità, mettendo in scena la tensione costante tra individuo e massa, esposizione e controllo, desiderio e spettacolarizzazione. In dialogo con queste prospettive le opere di Maïmouna Guerresi, nelle quali spiritualità e identità transculturale si intrecciano in immagini solenni e stratificate, e di John Isaacs, le cui figure perturbanti e quasi post-umane sembrano dare forma plastica alle inquietudini generate dal progresso scientifico, suggerendo una riflessione sulle derive etiche e sulle trasformazioni del concetto stesso di umanità.
Anche le presenze di Michal Chelbin, Debora Hirsch, Italo Zuffi e Nicola Vinci contribuiscono a costruire un mosaico articolato che interroga la costruzione fotografica dell’immagine pubblica, il peso della memoria individuale e i meccanismi di inclusione ed esclusione, delineando un panorama in cui la pluralità dei linguaggi diventa specchio delle molteplici identità contemporanee e delle loro continue ridefinizioni.
Parallelamente al percorso espositivo, Ápeiron si espande oltre le opere attraverso il format Voci Forti, pensato per unire sguardi critici che negli ultimi venticinque anni hanno contribuito alla vita di Palazzo Forti e della sua collezione. Storici dell’arte, studiosi, professionisti e figure che hanno accompagnato le diverse stagioni del museo tornano ad abitare le sale con visite guidate e incontri, costruendo un racconto che intreccia il patrimonio architettonico con le questioni contemporanee. Ápeiron inaugura dunque una stagione dove il palazzo torna a occupare una posizione centrale nel dibattito culturale cittadino, assumendo la propria collezione come archivio e materia da interrogare, capace di mettere in tensione linguaggi, epoche e sensibilità diverse, e di restituire a Verona un luogo che sceglie di esporsi alle complessità del presente. Bentornato, Palazzo Forti!
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