La galleria in questione non è infatti una succursale berlinese di Larry Gagosian, ma uno spazio espositivo con cui i curatori, rubando il nome e la visibilità del noto gallerista, hanno voluto aprire la Biennale di Berlino in anticipo di qualche mese. E sembra che lo scultore tedesco Olaf Metzel abbia voluto mettersi in linea con l’etichetta che contrassegna lo spirito di questo luogo, facendolo non attraverso un’azione volta a dissacrare la scena inglese degli anni ‘90, quanto con una scommessa concreta ma ironicamente scaramantica, su un gruppo di giovani artisti. Ed ecco che l’invito alla mostra riporta una foto di Raymond Hains con un pretzel (tipico snack bavarese) che gli copre il volto.
Se è ancora lecito parlare di identità geografica di una scena artistica, allora quella della Bavaria, almeno nelle scelte di Metzel, appare piuttosto definita. La Gagosian Gallery è stata trasformata per l’occasione in un percorso che può riflettere l’ambiente casalingo, dove sono gli artisti a fare da ospiti. Sembra un benvenuto ossessivo quello che una sorridente Stephanie Pelz dà con cadenze di circa 10 minuti al pubblico, intonando due canti jodel tradizionali direttamente eseguiti in mezzo alla minuscola sala d’ingresso. Un benvenuto che sembra però tracciare un’idea di patria e di territorio di appartenenza.
La scultura, in ogni sua forma e deformazione, la fa da padrone per tutto il resto della mostra ed invade ogni spazio accessibile. Dal pavimento, che si
Chi prende invece l’oggetto casalingo come soggetto e lo anima di uno spirito ironico è Christian Engelmann, con la sua Chair (2005), in cui una sedia messa su piedistallo collassa su se stessa ad intervalli regolari per poi erigersi nuovamente da sola.
Nessun video o fotografia, disegno o dipinto nelle scelte di Metzel, ma ancora installazioni e sculture, che utilizzano l’oggetto quotidiano per trovargli una nuova funzione. Così Marco Schuler dà nuova vita ad una sacca militare della vecchia Germania Ovest trasformandola in un saccone da box con una parrucca rossa (Punching Bag, 2005), mentre Stefan Wischnewskiutilizza dei semplici guanti per creare visionarie tensostrutture per tre modelli architettonici.
Teatrum Sacrum (2005) di Benjamin Bergmann mette in scena una teca a dimensione naturale in cui giace un Cristo che solo nella sua metà rivolta al pubblico si mostra completa, mentre la seconda metà risulta non terminata e rivela la sua anima/struttura in polistirolo.
Sospeso in un’estetica ambigua il lavoro di Florian Morlat (Soon the Moon, 2005), mentre sembra volersi nascondere la tazzina di Michael Schrattenhaler con il suo tavolo delegato alla distribuzione dei comunicati stampa. Un’anonima tazza dimenticata con un fondo di caffé freddo ed un cucchiaino che gira inesorabilmente scandendo i secondi e il tempo di una pausa caffé forse al termine.
Allontanandosi dalla Gagosian Gallery di Cattelan, Gioni e Subotnick, ci accompagnano le stesse parole che ci avevano accolto. Due altoparlanti montati sulla patinata insegna della galleria, riversano in strada un discorso contraffatto di Rosa Luxemburg del 1913, in cui Beate Engl sostituendo alcune parole chiave, ci avvisa, con una voce di altri tempi, sullo stato e le conseguenze del mercato artistico globalizzato (betaversion 3.0, 2004/2005).
emanuele guidi
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