Biennale Architettura 2014 | “Fundamentals”, di nome e di fatto

di - 4 Giugno 2014
L’aggettivo “fondamentale” esprime l’importanza estrema e il ruolo fondante del nome a cui è rivolto; quando lo stesso aggettivo diviene sostantivo (e quindi potenziale soggetto), il vocabolo “fondamentale” si qualifica metaforicamente come se subisse un’operazione algebrica che moltiplica all’infinito il proprio significato, elevandosi a principio essenziale, rafforzando la natura basilare di genesi costitutiva e imprescindibile. La trasformazione grammaticale ha ampio uso nello sport dove con “i fondamentali” si intende l’acquisizione della prime tecniche e delle norme necessarie per poter svolgere un’attività mettendo in primo piano l’aspetto didattico e formativo, senza il quale anche le migliori doti atletiche non avrebbero senso di esprimersi. Nell’insegnamento “dei fondamentali”, quindi, è insita una tripla azione che si relaziona con il tempo: la presa di coscienza del passato, l’azione sul presente e la prospettiva rivolta al futuro.
Così ha voluto fare Rem Koohlaas chiamando la “sua” Biennale di Architettura con un secco, categorico, indiscutibile Fundamentals: l’obiettivo è comprendere la storia ripercorrendo le tappe della centenaria modernità a partire dagli elementi fondamentali che costituiscono il lessico degli edifici; senza retorica nel Padiglione Centrale è in mostra una sorta di enciclopedia in cui fanno la loro comparsa pavimenti, pareti, soffitti, tetti, porte, finestre, facciate, balconi, corridoi, camini, servizi, scale, scale mobili, ascensori, rampe: in scena dunque gli Elements of Architecture, elementi di architettura e non architetti, sottolineando con questa scelta il ruolo del progettista e la relatività della sua azione rispetto all’ “abc”, rispetto dunque ai fondamentali. Senza escludere la tensione al futuro che rimane frutto della scelta, dell’ingegno, del buon gusto, dell’architetto.
Con la stessa intenzione è stata pensata Absorbing Modernity 1914-2014 la sezione che coinvolge i Padiglioni Nazionali: ogni Paese è inviato a riflettere sugli elementi del linguaggio architettonico che hanno costruito non tanto l’identità nazionale, ma che hanno qualificato la cifra stilistica di tale linguaggio come universale entrando perciò a far parte della modernità. Anche questo input curatoriale permette di acquisire i fondamentali e di immaginare gli scenari di domani facendo presa tra passato e futuro.
Cos’è la modernità, forse, lo capiremo passeggiando per i Giardini di Venezia; più difficile immaginare l’entità della modernità, quest’essenza che ha percorso il 900 disegnando la storia, o la “contro-storia” per dirla alla Bruno Zevi, che ha allestito la scena del vedere e dell’abitare imponendosi come ideologia del vivere urbano, che assorbe gli idiomi locali con una capacità di traduzione globale pressoché immediata.
L’immagine della modernità, con i suoi presupposti globalizzanti, ricorda “il Nulla” del romanzo La storia infinita di Michael Ende: un’entità fluida, in espansione e movimento che avanza inesorabile e che inghiotte porzioni di Fantasia. Il paragone letterario, apparente digressione dal contesto architettonico, non è in realtà del tutto estraneo all’indagine proposta da Koolhaas se si pensa che “das Nichts” (il Nulla) corrisponde al “non-luogo”, neologismo definito da Marc Augè per configurare la condizione esistenziale che ha contraddistinto l’umore (e la costruzione) di spazi globalizzati negli anni Novanta. Riportando il discorso sull’architettura attraverso l’antropologia (ma cos’è l’architettura se non antropologia?) si giunge così all’oggettivazione di una nuova storicizzazione della modernità chiamata “surmodernità”, una sorta di “terza età della modernità” (il moderno, il postmoderno, il surmoderno) con i suoi caratteri eccessivi di spazio, tempo, ego.

La metafora tratta da Never Ending Story non deve trarre in inganno, con essa infatti, non si intende qualificare la modernità in termini negativi, come lo sono gli effetti del “Nulla”, tutt’altro. E il contraltare del giudizio denotato dal segno positivo deve essere ben chiaro anche a Koohlaas che, non a caso, si è appellato al lemma “absorbing” aggettivo che significa “assorbente” ma anche “appassionante”.
Tutto torna: gli eccessi delle passioni, gli eccessi della surmodernità, così come gli eccessi globali della modernità (nel senso del superamento del limite) con lo sconfinamento dei caratteri che, diventando linguaggio stilistico condiviso e universale, acquisiscono la natura di fondamenti.
Se i principi che consentono di decodificare l’architettura moderna come Movimento Moderno sono stati formalizzati fin dal 1932 (funzione, architettura come volume, composizione regolare, gusto per i materiali) con la mostra al MoMA The International Style a cura di Henry Russel Hitchcock e Philip Johnson e ancor prima, da Walter Gropius con il volume Architettura Internazionale (1925), la declinazione dei fondamenti che trascende ogni regionalismo e determina se stessa nella collocazione temporale dello sviluppo storico, dà alla modernità una ragione plastica che se da una parte assorbe dall’altra impone, come la televisione.

Il rimando all’essenza mediatica della modernità si ritrova anche nell’immagine coordinata della 14a Mostra Internazionale di Architettura: ad incorniciare il titolo Fundamentals una griglia di forme primarie che si può leggere come omaggio al neoplasticismo (quindi alle origini olandesi di Koolhaas oltre che della modernità che tanto deve a Gerrit Rietveld e Theo Van Doesburg) ma che ricorda anche, con la cromia cangiante, i colori del monoscopio facendo pensare alla modernità come un appassionante e assorbente generatore di segnali architettonici.

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