Cuba, tutto il potere alla cultura!

di - 3 Aprile 2014
Arrivo a Cuba, per un viaggio durato 20 giorni tra case particular, musei, centri d’arte, studio di artisti, spazi culturali, cinema d’essai, strade, palazzi, piazze in ricostruzione, dopo che è stato appena inaugurato il Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano con un programma fitto di conferenze, incontri e proiezioni. Mi accorgo subito di un fermento intellettuale mai incontrato prima. In un Paese considerato “povero”, la cultura, l’arte, il teatro, il cinema, sono le priorità dello Stato. L’istruzione è garantita e gratuita per tutti fino all’Università. Allora mi chiedo: qual è la vera povertà? Cosa sappiamo noi realmente di Cuba e cosa sanno loro di noi?
È ancora in vigore la censura sull’informazione, non esiste WiFi, se non a pagamento per gli stranieri, e Internet è lentissimo. Nonostante ciò vi è un flusso ampio di informazioni sulla situazione politica e sociale europea e americana, i giovani affrontano discorsi di critica cinematografica in modo articolato, perché alle spalle hanno studi di arte, musica, danza, pur non essendo mai usciti dal loro Paese. I docenti delle accademie e delle università cubane sono tra i più importanti e intraprendenti artisti, scienziati, politici, letterati del Paese. Nelson Ramírez de Arellano Conde, per esempio, invitato al Padiglione Cubano dell’ultima Biennale di Venezia è anche il direttore della Fototeca de Cuba a L’Avana. Con lui visito un nuovo spazio, la “Fabrica de Arte Cubana” che Nelson insieme a X Alfonso, ad architetti, designer ed altri artisti cubani, sta ristrutturando in gran fretta, per diventare un centro pluridisciplinare e multimediale, che sarà utilizzato anche per la prossima Biennale de l’Avana del 2015, diretta da Jorge Fernandez Torres: un evento-momento internazionale che coinvolge l’intera città e che, attraverso un visto culturale, permette la partecipazione di migliaia di visitatori anche dall’America. L’istruzione, la preparazione, l’arte e la cultura sono la salvezza di quel popolo. E lo sanno tutti.

Inizio la mia scoperta dell’Avana, accompagnata da Jorge Fernandez Torres (direttore del Centro de Arte Contemporaneo Wifredo Lam), al Premio Nacional de Artes Plasticas, che quest’anno è stato conferito a Eduardo Ponjuan. Un premio molto sentito, dato ad un artista che nel suo discorso ci tiene a ringraziare i ragazzi del suo corso di studi e a ribadire che l’arte deve e dovrà essere libera da condizionamenti politici e sociali. C’è tantissimo fermento in sala e si continua a discutere fuori dal Museo insieme a molti artisti, da Humberto Díaz e Alejandro Campins a Juan Carlos Alom e Michel Pérez Pollo. Si vocifera che il prossimo premio potrebbe vincerlo Lazaro Saavedra, un artista che è rimasto fedelmente ancorato al suo territorio e non ha mai scelto lo spostamento all’estero, “islato” dentro le contraddizioni del suo Paese, rispettato da tutti per la sua ricerca  caratterizzata da un lavoro critico, ma allo stesso tempo cinico e sarcastico intorno a questioni sociali e culturali contemporanee.
Resta una problematica molto sentita quella dell’artista che opera a Cuba, sottostando ad un regime e a condizioni restrittive, alla esiguità di mezzi e infrastrutture causato  da “el bloqueo” l’embargo commerciale, economico e finanziario, imposto dagli USA contro Cuba ed ancora in vigore. Una scelta sicuramente coraggiosa ed eroica.

Ma essere cubani significa esserlo in qualsiasi parte del mondo e questo lo ha dimostrato Wilfredo Prieto, trasformando il suo studio cubano nel Vedado, in un centro dove sono in atto diversi progetti interculturali. Ho partecipato alla giornata conclusiva di un workshop durato una decina di giorni, organizzato da Prieto invitando l’artista messicano Gabriel Orozco, aperto a giovani artisti provenienti da tutto il mondo. È come se per un artista cubano residente all’estero, diventasse quasi una missione, una necessità, la diffusione e lo scambio culturale con il suo Paese di provenienza.
Penso all’opera Biblioteca Blanca di Wilfredo Prieto, esposta a Venezia per il  Padiglione Latinoamericano nel 2007. Una collezione di 6mila libri non stampati, di diverso formato e differenti carte, rigorosamente bianche. Il riferimento è alla censura dei Paesi totalitari, ma in un significato più allargato anche ai danni di un’informazione pilotata in tutto il resto del mondo. «Per me l’Avana è un centro importante del mio lavoro dal quale traggo ispirazione personale che poi può essere vissuta attraverso l’opera in un modo collettivo ed universale», dice l’artista.

Sono invitata da Carlos Garaicoa nel suo studio cubano sempre nel quartiere Vedado de l’Avana. Uno spazio “stranamente” tecnologico, rapportandolo al contesto circostante, dove lavora coadiuvato dal suo gruppo di assistenti ed architetti, ormai più che decennale. Mi emoziona il fatto che prima di parlarmi dei suoi lavori, mi conduce in una stanza all’interno dello studio organizzata per diventare una biblioteca gratuita al servizio di studenti e ricercatori cubani. Mi racconta che con tantissima fatica, a causa della censura e delle restrizioni sui trasporti, cerca di portare libri e cataloghi d’arte dalla Spagna dove vive, e dal resto del mondo. Leggo nei suoi occhi quasi uno sguardo di sfida, la volontà di portare a termine una missione, mentre mi parla. Mi dice che la moneta cubana non ha nessun valore nel resto del mondo ed è per questo che i libri non possono avere il prezzo di origine, perché i cubani non possono acquistarli. Anzi a Cuba i libri devono essere assolutamente gratuiti e reperibili!

Conosco il lavoro di Garaicoa da diversi anni, guardandolo qui a l’Avana, ne capisco ancora di più l’essenza. Un lavoro che comprende l’architettura e l’urbanistica, la storia e la politica, il cambiamento sociale e il decadimento delle utopie del XX secolo. Garaicoa si sofferma sul tessuto sociale architettonico di Cuba, che, dopo la rivoluzione del 1959, ha visto soprattutto a l’Avana molti progetti ed edifici lasciati incompiuti o abbandonati. Le sue opere raffigurano gli edifici decrepiti di fine Ottocento e le tracce della vita sociale e culturale in continuo fermento.

Si parla pochissimo di gallerie, d’altronde non esistono gallerie private, ma solo realtà espositive statali, tipo la Galeria Habana, e sono molto rari i discorsi su fiere e mercato. Gli unici ai quali è data la possibilità di creare un contenitore artistico, in un certo senso privato, sono gli artisti stessi. All’interno del loro spazio, gli artisti possono esporre i lavori di altri artisti, offrendo quindi un diverso “punto di vista”.

C’è una forza particolare che deriva dall’unione e dalla condivisione che nel resto del sistema artistico globalizzato è veramente rara.
La rete di relazioni mi porta a visitare diversi artisti, da Sandra Ramos a Glenda Léon, René Peña e Liudmila&Nelson (di cui potremo vedere il loro lavoro a Bologna nell’Arte Fiera, nello stand della Galleria Bianconi), fino a giungere allo studio di Darwin Estacio. Quest’ultimo mi colpisce per la sua inedita pratica pittorica che congela gli enti politici e sociali. Li rende “anonimi”, ma non privi di significato, verso una metafisica del politico e del sociale che fa riflettere.

Nasce a Taranto nel 1976, è critico d’arte e curatore indipendente. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università del Salento, si è successivamente specializzata in comunicazione visiva e arte contemporanea a Roma e a Berlino dove ora vive. Ha collaborato con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi privati e pubblici e pubblicato cataloghi di artisti. Collabora da diversi anni con il Centro d’Arte Contemporanea Torrione Passari.

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