Il “Gong” che guarda Firenze

di - 8 Agosto 2018
La cinquecentesca fortezza medicea di San Giorgio con le sue terrazze che dominano la città, quest’anno accoglie una bella esposizione di Eliseo Mattiacci (1940): una ventina di sculture di grandi dimensioni e un cospicuo nucleo di disegni.
Mattiacci, marchigiano, è uno dei protagonisti della scultura italiana attivo sin dalla seconda metà degli anni sessanta, artefice di un nuovo linguaggio, del tutto personale, che s’incentra sulla cosmologia ed è aperto a un rinnovamento della spazialità che raggiunge con le sue iconografie una forma di sperimentazione d’impianto concettuale.
Tubo del 1967 è forse l’opera cardine da cui prende avvio tutto il percorso dell’artista: si tratta di un lungo tubo giallo di plastica snodabile (circa 60 metri di estensione) presentata per la prima volta alla galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis a Roma nel 1967 e qui riproposto in una sala della casermetta. Il luogo è diverso da quello originario e il tubo invade l’ambiente in modo differente, ma pur cambiando la forma non viene modificata l’idea iniziale del progetto, infatti Mattiacci voleva creare un ambiente totale nel quale il pubblico entrava e in qualche modo interagiva con la scultura stessa, una scultura libera.
Eliseo Mattiacci, Gong © Andrea Paoletti
Tra le opere storiche anche Trucioli e calamita (1968-69, prestito dalla Collezione Maramotti, Reggio Emilia), una delle prime opere realizzate con il ferro. Qui la massa di “riccioli” ferrosi si dispone in un angolo della stanza attratta da una calamita che funge da scheletro e che in qualche modo fa sì che l’opera si componga: la forma viene sostanzialmente abbandonata e l’energia è l’unico elemento di “tensione”.
Tra le altre opere storiche tutte situate all’interno degli spazi della casermetta, Uomo meccanico del 1961 con caratteri antropomorfi, l’opera sonora Echi di suoni e cani che abbaiano (1983) e l’installazione Recupero di un mito (1975), presentata per la prima volta alla galleria L’Attico di Roma nel 1975 e mai più esposta, che prevede una serie di fotografie dedicate agli indiani d’America e che si inserisce in un progetto sui pellirossa. L’altra installazione di grosso impatto è La mia idea del cosmo (2000) con i pianeti in alluminio sulla superficie stratificata in pallini in piombo.
I disegni costituiscono quasi una mostra nella mostra e ci permettono di indagare una parte un po’ più sconosciuta del lavoro di Mattiacci, ma non per questo meno importante. La serie Predisporsi ad un capolavoro cosmico-astronomico (1981-82) è realizzata con la tecnica del frottage su carta strappata e poi assemblata per strati sovrapposti e fa pensare a un vuoto cosmico nel quale l’artista crea una mappatura dello spazio potenziale di aggregazione/disgregazione di materia celeste. E poi, ancora, Campi Magnetici, le Cosmogonie, fino ai recenti Corpi Celesti del 2005-15 che testimoniano l’attrazione sia fisica che platonica dell’artista verso il cosmo.
Eliseo Mattiacci, Gong © Andrea Paoletti
Se gli spazi del Forte di Belvedere da un lato guardano verso il cantiere rinascimentale di Firenze, dall’altro volgono lo sguardo alla collina dove è situato l’osservatorio astrofisico di Arcetri, non lontano, peraltro, da dove ha abitato Galileo Galilei, quindi un luogo fisico e della memoria che perfettamente si attaglia allo spirito che pervade tutta l’opera di Mattiacci, a quel fil rouge che sottende le sue opere con un esercizio pressoché sciamanico volto a esplorare il sublime del cosmo, le orbite di pianeti e di astri, i ritmi e le geometrie che appartengono all’universo infinito, per tracciare mappe stellari che adesso, come milioni di anni fa, funzionano in termini anche simbolici e rituali.
Lo spazio esterno, i giardini terrazzati, della fortezza accolgono le grandi opere di acciaio corten di ispirazione cosmico-astronomica risalenti agli anni ottanta e novanta. Tra queste Segno Australe – Croce del sud (1991) dove – come aveva scritto Giuliano Briganti – “I tre angoli del triangolo poggiano su tre sostegni dello stesso spessore dei lati e che sono infissi ciascuno al centro di un’ellissi sorretta da altri tre ellissi, nel loro differente livello e nella reciproca distanza simboleggiano le tre stelle maggiori (e la loro diversa grandezza) della massima costellazione del cielo meridionale”.
Eliseo Mattiacci, Gong © Andrea Paoletti
Poi Verso il cielo del 1987, Vedere verso l’alto del 1992 e Totem con nuvole del 1996. Inoltre Le vie del cielo (1995) una sorta di invito a un viaggio cosmico dove due binari si staccano dalla terra e si proiettano verso l’infinito, Equilibri precari quasi impossibili  del 1991 nella quale è evidente come l’artista sottragga peso alla materia e la renda leggera, libera di librarsi nell’aria. Notevole la serie di opere Ordine cosmico (1995-96) in cui su una lastra di metallo sono inscritti dei cerchi o ellissi concentrici, al centro è incastrata una sfera che, posta a terra, fa sì che il disco d’acciaio si inclini suggerendo l’idea di un pianeta nel cosmo. Infine, l’opera che riecheggia il titolo alla mostra, Colpo di gong (1993), situata all’ingresso di una delle rampe d’accesso alla fortezza: un grande disco di ferro sospeso nel vuoto che, colpito da una sfera d’ottone, produce un suono che riecheggia nel lungo corridoio sotterraneo e si propaga nello spazio.
Il museo Novecento, nel centro della città, quasi a sancire una correlazione tra i due poli espositivi, ospita una seconda sezione della mostra e propone alcune opere della fase matura dell’artista. Tra queste Per Cornelia (1985), opera dedicata alla figlia, la cui linea curva della base suggerisce un movimento ondulatorio, la sfera, intesa come un pianeta, dà il senso della scoperta e l’insieme evoca la forma di una clessidra e quindi del tempo. Il grande disegno Occhio del cielo (2005), assieme alle opere su carta Poesia (1972-73), Esplorare (2007) sono ancora una volta testimonianza della produzione grafica dell’artista ma qui è presentato anche il video di Luciano Giaccari Richiami del 1972 nel quale Mattiacci prova diversi richiami per gli uccelli e sottolinea la tendenza all’attività performativa che ha sempre manifestato.
Enrica Ravenni

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